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Questo articolo è stato pubblicato il 11 novembre 2012 alle ore 08:19.

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Quand'ero ragazzo tutti fischiettavano la marcetta del Ponte sul fiume Kwai, resa popolarissima dal film angloamericano con Alec Guiness e William Holden premiato da una messe di Oscar. Chi la ricorda più quella melodia legata alla storia epica dei prigionieri inglesi che tengono testa agli aguzzini giapponesi in Indocina? Allora potevamo ascoltarla al juke-box del bar che andava a monete o gettoni come il calcio-balilla dell'oratorio. Oggi per rinfrescarmi la memoria e farla sentire alle mie figlie, che conoscono benissimo i Beatles ma non quel motivetto epocale, mi è bastato andare su Youtube, un salto tecnologico di anni-luce non di cinquant'anni.
Quel film mi torna in mente per la riedizione di Fuga sul Kenya di Felice Benuzzi da parte di Corbaccio: se per gli alpinisti è il gradito ritorno di un classico di montagna, per il comune lettore è parecchio di più, la riscoperta di un nostro piccolo Fiume Kwai, oltretutto spoglio di ogni retorica militarista. La storia vera e pazzesca di tre italiani prigionieri degli inglesi in Kenya che, tra gennaio e febbraio 1943, compiono un'evasione temporanea per scalare il Monte Kenya, l'imponente cima di cinquemila metri intravista all'orizzonte oltre i reticolati, è un episodio straordinario di microstoria patria. Bisognerebbe farlo leggere a scuola studiando la Seconda guerra mondiale, per far capire ai ragazzi anche un po' di geografia, le prove più dure e i valori veri della vita.
Dopo mesi di ingegnosi preparativi per fabbricarsi piccozze, ramponi, abiti da montagna e procurarsi scorte di viveri, i tre evasi fuggono non dal Kenya, impresa davvero impossibile, ma sul Kenya che rappresenta uno sprazzo di libertà. Senza una mappa risalgono la foresta equatoriale sfidando le bestie feroci, superano ostacoli d'ogni genere, benché all'equatore patiscono il gelo d'alta quota finché riescono a toccare la vetta della Punta Lenana (4970 m) dove piantano il tricolore, e dopo una durissima anabasi, stremati dalla fatica e dalla fame, rispuntano 17 giorni dopo all'interno del campo, «puliti, sbarbati, coi capelli tagliati e le scarpe lucide, camicia e calzoncini accuratamente stirati», per farsi sbattere in cella di rigore dagli inglesi che non si raccapezzano di una fuga simile. Il libro è stato più volte riedito dal 1947 quando apparve la prima volta e non ha perso la sua freschezza. Rileggere oggi il racconto commovente e spiritoso di Benuzzi procura anche un benefico sollievo al nostro amor proprio nazionale così fiaccato e umiliato dalle recenti cronache.
Anche all'estero è uno dei nostri titoli di montagna più fortunati, ma per meriti inconsueti, ben diversi rispetto ai resoconti delle imprese di Gervasutti, Bonatti o Messner. La scalata dei tre evasi non è meno inutile di quelle di tutti gli alpinisti che Lionel Terray in un libro illustre ha definito «conquistatori dell'inutile», ma l'impresa sul Monte Kenya ci appare più motivata e ammirevole di tante celebrate prodezze puramente sportive.
Non può che farci piacere sapere che quando uscì in inglese nel 1952 con il titolo No picnic on Mount Kenya, sottotitolo A true story, il libro fu accolto da un coro di elogi anche autorevoli: il «Times Literary Supplement» lo collocò nella "classe superiore dei racconti d'avventura", la Bbc lo definì «documento unico dell'ammirevole follia dello spirito umano» e per il «Manchester Evening News» divenne «la più fantastica storia di fuga di tutte le guerre». Tanta attenzione e consenso da parte della critica anglosassone dipendeva anche dal fatto che qui la controparte è l'esercito di Sua Maestà, mentre Benuzzi e compagni sono nemici assolutamente atipici, lontani dallo stereotipo dell'italiano cialtrone e furbastro, molto diversi dai tronfi campioni di retorica e di viltà allevati dal regime mussoliniano.
Quando il colonnello comandante del campo si fece accompagnare i tre fuggiaschi rientrati, era ormai al corrente della scalata. Per questo lodò a denti stretti lo spirito sportivo dei prigionieri, ma inflisse loro ugualmente la punizione prevista per l'evasione, ventotto giorni di cella di rigore. Dopo sette giorni li graziò per buona condotta, perché ancora ignorava il dettaglio che saltò fuori subito dopo e venne colto come una beffa: la bandiera avvistata da una comitiva di escursionisti inglesi, che fu tolta il giorno dopo. Il quotidiano di Nairobi ne diede ampia notizia con foto, cercando di sminuire il significato patriottico del gesto. All'opposto, quando la notizia rimbalzò in Italia a metà marzo del '43 l'«Illustrazione del Popolo» le dedicò una copertina piuttosto fantasiosa. La tavola a colori di Mario D'Antona che mostra tre alpini in divisa e la penna sul cappello nell'atto di piantare il palo con il tricolore ricorda, e anticipa di due anni, la famosa foto dei marines che piantano la bandiera Usa a Iwo Jima, immagine probabilmente non meno "costruita" a fini di propaganda.
Ho avuto il piacere di conoscere Felice Benuzzi a Biella nel 1987 per la fondazione di Mountain Wilderness. Io ero nello staff come addetto stampa e lui, invitato dal fondatore del nuovo movimento Carlo Alberto Pinelli, aveva accettato di far parte dei garanti accanto a nomi illustri come Chris Bonington, Kurt Diemberger e lo stesso Messner. Entrato in diplomazia dopo la guerra, aveva concluso la sua carriera come ambasciatore in Uruguay. Morì l'anno dopo Biella, e la battagliera signora Benuzzi, benché anziana, è rimasta per molti anni una colonna della sede MW di Roma.

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