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Questo articolo è stato pubblicato il 27 novembre 2012 alle ore 14:43.

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Il Torino Film Festival ai piedi di Leos Carax e Rob ZombieIl Torino Film Festival ai piedi di Leos Carax e Rob Zombie

A Torino un crescendo di nomi importanti arricchisce il programma del Festival: dopo Dustin Hoffman e Pablo Larraín, è arrivato il turno di Leos Carax e Rob Zombie, autori di due tra le opere più attese dell'intera kermesse.

In particolare Carax, premiato in estate a Locarno con un Pardo alla carriera, ha realizzato con «Holy Motors» uno dei lavori più affascinanti e suggestivi visti sul grande schermo negli ultimi anni.

Il protagonista è Mr.Oscar, interpretato da Denis Lavant, che dopo un veloce ingresso in scena come padre di famiglia, si prepara a una "normale" giornata di lavoro: entra nella sua limousine, riceve un fascicolo che illustra i nove appuntamenti programmati per le ore successive, lo legge, si cambia la parrucca, si trucca e si traveste da povera zingara, pronta a chiedere l'elemosina tra i ponti sulla Senna. Successivamente diventerà un attore impegnato in una sessione di Motion Capture, un uomo morente, un killer o addirittura il mostruoso Monsieur Merde che Lavant aveva già interpretato in un segmento, diretto sempre da Leos Carax, del film collettivo «Tokyo!» del 2008.

Aperto non a caso dalle cronofotografie degli atleti di E.J.Marey, uno dei più importanti precursori della settima arte, «Holy Motors» è una profonda riflessione sul ruolo dell'attore, sui rapporti realtà-finzione e, in generale, sul cinema.

È lo stesso Carax che, in un breve cameo, apre una porta misteriosa il cui ingresso dà su una sala cinematografica: entrando fisicamente dentro lo schermo, inizierà il nostro viaggio insieme a Mr.Oscar, dove ogni tappa è il tassello di un ricco mosaico che si compone rappresentando contraddizioni e ipocrisie del mondo contemporaneo. Un mondo dove l'identità è frantumata in tante piccole parti e, per ricomporla, bisogna trovarsi di fronte a uno specchio, se possibile di una limousine-camerino, tra un travestimento e l'altro.

Un viaggio nei meandri della mente umana è anche quello proposto da Rob Zombie con «The Lords of Salem», la sua sesta fatica dietro la macchina da presa.

Ambientato ai giorni nostri a Salem, città resa famosa da uno storico processo alle streghe del 1692, il film è totalmente incentrato intorno a Heidi, una dj appassionata di musica rock e metal che lavora per un'emittente radiofonica locale. Un giorno le viene recapitato un misterioso disco in vinile spedito dai "lords": la ragazza pensa inizialmente si tratti di una band in cerca di successo, ma una volta sentita la musica si ritroverà catapultata in un mondo che si credeva sepolto per sempre.

Dopo alcuni progetti sotto commissione, comunque svolti egregiamente, Rob Zombie ha ottenuto finalmente piena libertà creativa per «The Lords of Salem» e il risultato è all'altezza delle più rosee aspettative.

Attraverso una regia maestosa nel suo ostentato barocchismo, Zombie costruisce un film rigoroso e persino stupefacente, che lo conferma come uno dei talenti più cristallini del cinema horror contemporaneo. Oltre alla sua messa in scena una menzione speciale va all'intensa interpretazione di Sheri Moon (la moglie del regista, nei panni di Heidi), vittima di un vero e proprio tour de force attoriale.

Da segnalare, per gli spettatori più cinefili, la presenza di innumerevoli citazioni che, come d'abitudine nel cinema del regista, infarciscono la pellicola dal primo all'ultimo minuto.

Decisamente meno riuscito è invece «Wrong», l'ultima fatica di Quentin Dupieux dopo «Rubber» del 2010.

Il film è incentrato attorno a Dolph, fragile quarantenne licenziato dal posto di lavoro (dove continua però a recarsi ogni giorno) e incapace di dare una scossa alla propria vita.

Una mattina si sveglia e scopre che il suo amato cane è scomparso: da quel momento inizierà una folle ricerca trovando sul suo cammino personaggi bizzarri e inquietanti.

L'operazione voluta da Quentin Dupieux (meglio noto come il famoso dj Mr. Oizo) è troppo ambiziosa e fine a se stessa per potersi dire, anche solo in parte, riuscita.

Alla continua ricerca di una presunta originalità, «Wrong» appare con il passare dei minuti sempre meno interessante e le idee che vuole portare avanti sanno tutte di già visto.

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