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Questo articolo è stato pubblicato il 03 febbraio 2013 alle ore 08:15.

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«Mobile, liquida, instabile, frammentata e mescolata», così l'autore descrive la sconfinata Amazzonia, quale essa si presentò ai conquistatori europei tra '500 e '800. In tutto il continente americano l'arrivo dell'uomo bianco fu tragicamente distruttivo, e non solo perché esso portò con sé una invincibile supremazia tecnologica (il ferro, la polvere da sparo, l'archibugio, il cavallo eccetera), ma perché si presentò con il suo volto più violento e predatorio, con la sua inesauribile bramosia di oro, di argento e di schiavi, e soprattutto perché portò con sé virus e batteri devastanti per gli indigeni, privi di difese immunitarie e ben presto falcidiati da vaiolo, morbillo e influenze di vario tipo.
Ciò avvenne ovunque nel Nuovo Mondo, ma assunse caratteristiche almeno in parte diverse nella sconfinata foresta pluviale che circonda per milioni di chilometri quadrati il grande fiume, abitata da dozzine di tribù molto diverse tra loro, dotate di lingue, forme di vita associata, tecniche di sopravvivenza, caratteristiche identitarie molto diseguali, disperse in un territorio enorme e frammentato, prive delle forme di organizzazione politica, economica e religiosa di Incas e Maya. Anch'esse furono massacrate, razziate, depredate, destrutturate, fino a giungere ai limiti dell'estinzione alla metà del secolo scorso. E ciò che di se stesse furono capaci di difendere scaturì non tanto dalle fragili resistenze che poterono mettere in atto, ma appunto dalla loro mobilità e instabilità, dal loro allontanarsi dalle rive di un fiume sempre più monopolizzato dagli invasori per cercare scampo nell'inospitale foresta, dal mescolarsi e dividersi, dall'abbandonare senza troppe difficoltà insediamenti precari, dall'arretrare e restringere i loro spazi finché ciò fu possibile.
È questa la storia raccontata nelle dense pagine del libro di Livi Bacci, dove i pochi e spesso contraddittori dati disponibili danno al demografo la possibilità di capire quanti fossero gli uomini che si affacciavano sulle rive del rio delle Amazzoni e dei suoi numerosi affluenti, quali i vuoti aperti dalle violenze di spagnoli e portoghesi e dalle malattie al loro seguito, mentre i pur confusi resoconti dei primi viaggiatori offrono un corposo materiale di riflessione sulla dimensione antropologica di quelle pur primitive aggregazioni sociali e sulle loro molteplici diversità. Su di esse il libro indaga con accorta sensibilità, nella consapevolezza di potersi basare esclusivamente su quanto ne scrissero esploratori e missionari europei, ascoltando cioè solo la voce dei vincitori, poiché quella dei vinti non ha lasciato tracce ed è perduta per sempre. Ma demografia e antropologia si innestano a loro volta su una robusta prospettiva storica, che segue il dipanarsi di quella che potrebbe definirsi la brutale scoperta ed esplorazione dell'Amazzonia nei primi tre secoli in cui essa fu nota all'uomo bianco. Scoperta ed esplorazione che muovevano necessariamente da Occidente, dal Perù e dall'Ecuador, poiché era impossibile risalire a forza di remi la corrente del fiume a partire dal suo sbocco al mare. Ma ciò comportava altresì il fatto che per raggiungere il bacino del rio delle Amazzoni occorreva valicare l'imponente bastione delle Ande, arrampicarsi su colli a 4mila metri d'altezza e ridiscendere a precipizio per vie impervie che conducevano a terre incognite, dove tutto era aspro e ostile; e comportava l'impossibilità di muovere da basi solide e attrezzate, di ricevere rinforzi o approvvigionamenti, di avere agevoli vie di ritirata. Chi lo faceva, lo faceva a suo rischio e pericolo, e senza vie di fuga.
E così fu per le prime spedizioni alla ricerca del mitico Eldorado, la città dove anche le tegole delle case erano d'oro, e poi per le imprese di avventurieri disposti a tutto, pronti a scendere su quell'immenso fiume a bordo di imbarcazioni fatiscenti, tormentati dagli stenti, dalla fame, dagli insetti, da animali pericolosi, da febbri e malattie, da popolazioni diffidenti e ben presto ostili, dopo che ovunque fu nota la brutalità e la violenza con cui gli spagnoli depredavano, razziavano, uccidevano. Il primo viaggio giunto fino all'Atlantico, fu quello di Francisco de Orellana nel 1541, seguito da Pedro de Ursúa nel 1560, con al seguito il folle e sanguinario Lope de Aguirre (il furore di Dio interpretato da Klaus Kinski nel film di Werner Herzog), il cui tentativo di sostituirsi all'autorità di Filippo II in quelle terre sperdute e lontane finì in un gorgo senza fine di orrori e atrocità. E poi via via tutti gli altri, fino al grande scienziato francese Charles-Marie de la Condamine, capace di porre su nuove basi scientifiche la conoscenza di quell'immenso territorio, ma non disposto a scorgere negli indios se non miserabili selvaggi, privi di intelligenza e sentimento, animali bruti in grado di comprendere solo le dure leggi della sopravvivenza. I poveri amazzonici, ai quali mancò nel 500 un Bartolomé de Las Casas che ne patrocinasse la dignità e i diritti, ebbero il privilegio di essere esclusi anche dal settecentesco mito del buon selvaggio.
E infine, al seguito di esploratori e avventurieri, e sempre più numerosi con il passare del tempo, i missionari, spinti fin laggiù dal loro ardore religioso, ma non di rado stritolati dall'atroce durezza della vita di quella foresta inospitale, impossibilitati a raccogliere intorno alle chiese delle loro reducciones se non piccole comunità isolate, disperse e fluttuanti, disponibili ad accettare il battesimo soprattutto se ciò comportava il ricevere utensili di ferro, asce, machete, coltelli, ma pronte in caso contrario ad abbandonare i gesuiti e Gesù Cristo. Una cristianizzazione rozza e fallita, sulla quale la soppressione della Compagnia di Gesù nel Settecento fece calare l'ultimo sipario. Ma vale la pena di leggere la storia, l'ennesima storia, della mannaia europea che le grandi scoperte geografiche della fine del Quattrocento fecero calare ovunque e senza pietà sulle popolazioni più arretrate allora confluite nell'orbita dell'Occidente, sia pure in tempi e modi diversi nell'America del Sud come in quella del Nord, fino alla spietata caccia ai pellerossa delle grandi praterie nell'Ottocento, quando si consumò anche l'ultima tragedia dei maori neozelandesi e degli aborigeni australiani. Atroci ferite della storia e del determinismo geografico, il cui retaggio è ancora presente nel nostro mondo, senza che ci si possa illudere che noi saremmo stati migliori dei nostri brutali antenati.

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