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Questo articolo è stato pubblicato il 24 febbraio 2013 alle ore 08:23.
Roberto Escobar
Fu una decisione drammatica, quella presa da Harry Truman il 31 luglio 1945. Alle 7 e 48, il presidente degli Stati Uniti scrisse un ordine di morte: «Suggerimento approvato. Lanciare non appena pronti…». Sei giorni dopo, alle 8 e 45, Hiroshima non c'era più. Non fu quello l'eccidio maggiore della seconda guerra mondiale, ma ne fu tra i più densi di conseguenze: iniziò allora la corsa all'arma nucleare di Urss, Gran Bretagna, Cina, Francia e così via… Oggi la Bomba, come l'abbiamo chiamata a lungo, è scomparsa dalla nostra paura, sostituita da terrorismi e scontri di civiltà. E ancora più è scomparsa dalla nostra coscienza. Eppure, il potenziale distruttivo degli ordigni sparsi per il mondo è enormemente superiore a quello che piegò il Giappone. E molti, più o meno in silenzio, si arrogano il diritto di scrivere lo stesso ordine di morte di Truman. L'umanità può distruggersi varie volte, ma sembra volersene dimenticare.
A rammentarcelo, almeno indirettamente, viene ora un libro trasparente sia nel titolo, Hiroshima e il nostro senso morale, sia nel sottotitolo, Analisi di una decisione drammatica. In esso, Paolo Agnoli compie una ricostruzione dell'ambiente storico, militare e scientifico in cui gli americani costruirono la bomba. Ma soprattutto affronta la questione più tragica: la decisione di usarla, e di come usarla. Non sarebbe bastato minacciare di farlo? E perché non se ne volle dare una dimostrazione (relativamente) incruenta, facendola cadere su un territorio desertico?
Trattandosi di un'indagine a proposito del nostro senso morale, Agnoli fa bene a precisare che la moralità cui si riferisce non riguarda gli atti umani in sé, né dipende da principi oggettivi e assoluti, laici o religiosi. Le questioni morali, argomenta, si pongono realmente solo per i singoli, coinvolti in situazioni concrete e particolari. Meglio: «Esistono solo e sempre casi specifici nei quali gli individui reali si trovano a dover decidere personalmente su ciò che è bene o giusto fare in base alle informazioni in loro possesso in quel momento e alla situazione specifica nella quale si trovano a decidere». La moralità di un atto sta dunque nel processo della decisione, e nella coscienza del decisore, che certo parte da principi e valori che lo trascendono, ma che si assume la responsabilità di calarli nella situazione, rischiando di sbagliare, ma nello sforzo di decidere (appunto) per il meglio.
Coscienza, responsabilità, decisione: attorno a questi tre "luoghi della morale" Agnoli ricostruisce e valuta l'ordine di morte di Truman. In un certo senso, il suo stesso libro è un processo di decisione – sulla moralità di quell'ordine –, che si alimenta di informazioni storiche, militari e scientifiche, per poi argomentarle con responsabilità. E in ogni caso, il giudizio finale è di assoluzione, per così dire. Facendo necessariamente torto alla complessità del suo ragionamento, lo possiamo così sintetizzare. L'invasione del Giappone avrebbe causato milioni di morti, da una parte e dall'altra. E come avrebbero reagito gli americani, quando avessero scoperto che una bomba avrebbe evitato il massacro? Una minaccia, poi, non avrebbe spostato la questione, e un'esplosione dimostrativa neppure. Infatti, anche dopo la prima bomba (vera) su Hiroshima non venne la resa, ma ne fu necessaria un'altra. È dunque plausibile affermare che la scelta di Truman è più difendibile «sul piano morale di altre terribili decisioni prese durante l'intero conflitto, sia dagli altri belligeranti sia dagli stessi americani».
Che cosa si può obiettare, magari a partire dal nostro, di senso morale? Per esempio che, scartata l'idea della minaccia, si sarebbe potuto e anzi dovuto procedere con l'esplosione solo dimostrativa. Prima di sganciarla, la bomba su Hiroshima, Truman non poteva sapere che il Giappone non si sarebbe arreso: essendosi verificata dopo, la circostanza non può certo valere a confutazione (morale) dell'ipotesi. Quanto alla reazione degli americani per il massacro non evitato, con il crollo drammatico del consenso, qui dove si trova mai la moralità? Se ci fosse, dovremmo pensare che, almeno in alcune situazioni, il consenso politico si può legittimamente raccogliere e conservare uccidendo esseri umani. Proprio quello che, in quegli anni, facevano Hitler, Mussolini e Stalin.
A questo proposito, viene alla mente un piccolo libro di Arthur Miller, pubblicato in Italia con il titolo I presidenti americani e l'arte di recitare (Bruno Mondadori). Truman, vi si legge, rifiutò il suggerimento di alcuni scienziati di sganciare la bomba al largo della costa giapponese, temendo che non funzionasse e convincesse ancor più il nemico a non arrendersi. Ma «se l'esplosione era davvero così incerta, perché sganciarla su una città permettendo agli scienziati giapponesi di esaminarla e forse persino copiarla?». In realtà, prosegue Miller, il timore era che se – sganciata nell'oceano – la bomba non fosse scoppiata «e fosse affondata nel mare come una palla inerte, la resistenza a uccidere di Truman avrebbe minacciato globalmente la sua leadership». Insomma, questo ci suggerisce Miller, per avere e mantenere consenso, un capo deve mostrarsi pronto a uccidere. Ma allora, è forse il potere di uccidere quello che noi, a scapito del nostro senso morale, ci aspettiamo da lui? È questa, forse, «la ragione principale per cui ammantiamo i nostri leader di una certa aura magica, sovrumana, teatrale: la prontezza a uccidere per noi»? La prospettiva è meno consolante di quella di Agnoli, e di quella che tutti preferiremmo. Ma conviene tenerne conto, in vista di sempre possibili tragiche decisioni.







