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Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2013 alle ore 08:24.

Che esistesse un divario economico significativo fra il Nord e il Sud al momento dell'Unità nazionale, ad affermarlo furono per primi politici e intellettuali meridionali esuli da Napoli e dalla Sicilia dopo il 1848. E non sono valse a modificare il loro giudizio alcune recenti stime di tipo cliometrico, basate su rilevazioni censuarie ottocentesche lacunose o imprecise nelle classificazioni. Del resto, sebbene, il Settentrione fosse ancora alle soglie di un processo di sviluppo capitalistico, contava alcuni stabilimenti industriali non solo tessili, una fetta di agricoltura intensiva, una rete ferroviaria in via di estensione e apprezzabili progressi nell'amministrazione pubblica, in campo giuridico e nel sistema scolastico. Per contro, al Sud l'agricoltura versava per lo più in condizioni arretrate, perché soggetta a vincoli semifeudali, ampie erano le sacche di indigenza e disgregazione sociale anche nelle città, di scuole elementari c'erano ben scarse tracce, debole ero lo spirito pubblico. E il dispotico regime borbonico, non avendo realizzato alcuna riforma politica né economica, s'era sfasciato in poche settimane dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia.
Perciò il sottosviluppo del Sud non fu il risultato di una «colonizzazione» dell'economia meridionale a vantaggio del Nord. D'altronde, la classe dirigente post-unitaria ebbe ben chiaro quanto fossero gravi i problemi del Mezzogiorno. E se nel primo decennio la «questione meridionale» venne vista soprattutto in funzione dell'ordine pubblico, a causa dell'esplosione del brigantaggio e dei tentativi di rivalsa dei filo-borbonici, fu poi considerata un'autentica ipoteca per la sorte del Paese nel suo complesso. Tanto più dopo che, venuta meno all'inizio degli anni 80, per il sopravvento in Europa del protezionismo, la politica economica liberistica, che aveva dato impulso all'agricoltura meridionale favorendo l'esportazione di alcuni suoi prodotti pregiati, il Sud si trovò, al volgere del secolo, a fare le spese più pesanti della «guerra commerciale» con la Francia. Che il governo fosse consapevole, agli albori del Novecento, che occorresse sanare la frattura fra le due sezioni della Penisola, lo comprova il fatto che Giolitti, sposando la causa sostenuta da Nitti, inaugurò una legislazione speciale per il Mezzogiorno, incentrata sull'industrializzazione del distretto partenopeo e lo sviluppo delle infrastrutture nel Mezzogiorno. Va pertanto segnalato il saggio di Francesco Barbagallo, che dimostra quale ruolo centrale ha avuto ognora la «questione meridionale» nella storia d'Italia (nonostante Mussolini avesse decretato che si trattava di un'«invenzione») e sottolinea come essa abbia ancor oggi un'importanza fondamentale, malgrado sia pressoché scomparsa ultimamente dal discorso pubblico: come la si desse ormai per irrisolvibile.
È quindi essenziale, in primo luogo, sfatare la leggenda di un Sud irredimibile. Il Mezzogiorno conobbe, tra gli anni 60 e il 1973, una fase di notevole fervore: tanto da risultare l'area più dinamica, in termini di produzione manifatturiera e occupazione, insieme alle regioni emergenti del Nord-est e del Centro. E avrebbe proseguito su questa strada se a bloccarlo non fosse stata, dapprima, la stagflazione e, poi, a distorcerne il percorso, non fosse prevalsa una politica clientelistico-assistenziale rispetto agli originari indirizzi propulsivi degli «intellettuali-tecnici» dell'Iri, della Banca d'Italia e della Svimez. Fu così che, se il Mezzogiorno, in quanto destinatario di crescenti trasferimenti pubblici in funzione del voto di scambio, contribuì alla stabilizzazione degli equilibri politici a favore della maggioranza di governo, accusò una regressione sul piano economico: anche perché le neonate Regioni puntarono più a dilatare il perimetro di un capitalismo municipal-politico che a promuovere la fioritura di piccole-medie imprese autoctone.
Oggi, nel mezzo di una crisi economica strutturale risulta evidente che le aree del Centro-Nord non possono farcela da sole a mantenere l'Italia nell'ambito dei Paesi più avanzati qualora mancasse un'efficace politica che valorizzi le risorse e potenzialità del Mezzogiorno rimaste finora scarsamente utilizzate. Quale crocevia geografico fra Europa, Africa e Medio Oriente, il Sud può infatti costituire un asse strategico, con i suoi scali portuali, per la creazione di una moderna logistica e l'espansione dei traffici con i Paesi emergenti. Inoltre possiede riserve petrolifere e si presta, per il suo clima, allo sviluppo delle fonti di energie rinnovabili. A non contare un capitale prezioso come il turismo. Di qui, se non altro, la rinverdita centralità della «questione meridionale».
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Francesco Barbagallo, La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi, Laterza, pagg. 238, € 19,00

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