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Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2013 alle ore 08:26.

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I due Foscari di Muti fanno pensare. Perché di solito questo è il Verdi etichettato come il musicista degli "anni di galera", di furia e rozzi esperimenti: il primo Verdi, alla ricerca di approdi e capolavori futuri. Muti ribalta i piani. Non si fida degli slogan. Rilegge da capo l'opera e in questo titolo, che debuttò giusto a Roma, nel 1844, lascia affiorare due elementi portanti nuovissimi. Uno musicale, l'altro drammaturgico, ossia umano. Uno è Vienna, con la sua civiltà strumentale, il piacere di disegni cameristici di bellezza struggente, melodie brevi come frasi di un Lied, incantate, suggerite da Schubert, affidate ai timbri malinconici dell'orchestra, al clarinetto, a viola e violoncello. L'altro, toccante in un musicista trentenne, è l'individuazione del carattere specifico della vecchiaia: solitudine, vuoto, abbandono.
Se dalla ricorrenza del Bicentenario ci aspettiamo delle occasioni per individuare qualche elemento nuovo, pur in autori non certo peregrini come i due festeggiati, all'Opera di Roma le troviamo. Con I due Foscari Muti ci racconta un Verdi inaspettato. Anche sotto il profilo politico. Perché qui il carattere risorgimentale non ha il piglio Quarantottesco solito. A libertà si sostituisce giustizia: e "giustizia", scandita fortissima subito nel numero di apertura dal Coro magnifico di Roberto Gabbiani (anticato, e come fa bene qui la cura) sarà il tema conduttore del libretto di Piave, come sempre rimaneggiato a suo uso dallo scultore Verdi. Non chiede libertà, il condannato Jacopo Foscari, figlio del Doge. Ma giustizia.
La libertà poteva avere uno squillo aurorale e fiducioso, nel pensiero Ottocentesco; la giustizia no. Già allora si era capito che sarebbe stata una meta irraggiungibile. Per questo Verdi tinge l'opera di un colore raggelato, che non si espande. E non è solo l'umido invernale di Venezia. O quello della prigione sotterranea (che evoca tanto Fidelio). È una patina fosca, densa, inquieta. Portata al parossismo nelle visioni allucinate degli spettri, e come li realizza bene Muti, come è diventata diligente ma anche capace di suoni surreali la buca dell'Opera di Roma. Qui la tenerezza è sempre allontanata. E dire che la tragedia (da Byron) parla di un padre, un figlio, una moglie. Appare in un unico momento, l'agnizione marito-moglie, nel buio del carcere, e ha un suono affettuoso, pura luce, indimenticabile, profondo e rapido. Verdi aveva diretto La Creazione di Haydn e qui ne ruba i lampi dell'incontro uomo-donna.
La riscoperta dei Foscari si affida a una compagnia cesellatissima: Luca Salsi resta nel cuore per il Cantabile della solitudine del primo atto, per la disperazione ghiacciata del finale. Francesco Meli deliba tutte le raffinatezze che fanno di Jacopo Foscari un personaggio vocalmente sfaccettato, con chiaroscuri, diminuendi, legati preziosi, insomma tutto il contrario dello stereotipo del tenore urlante. Tatiana Serjan sfida il belcantismo fiorito di cabalette ancora belliniane, sgranate con intonazione adamantina, dove non una nota va perduta. Tanto nuova è sempre la musica, tanto anonimo è sempre lo spettacolo. Quinte sali-scendi, coro entra-esci, tre leoni, pellicce e colbacchi tipo Verdi a San Pietroburgo. La Venezia delle scene e costumi di Maurizio Balò ha mucchi di neve ovunque, anche in camera. Werner Herzog, visto ai saluti, festeggiato insieme a tutti da un Teatro tripudiante, nella regia non ha lasciato traccia.
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I due Foscari, di Verdi, direttore Riccardo Muti, regia di Werner Herzog, Roma, Teatro dell'Opera, fino al 16 marzo

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