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Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2013 alle ore 08:27.

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«Ehi, ma tu sei bianco!» si stupì Mohammed Alì; «Sì, ma sono nero dentro» rispose Pietro Mennea il giorno che incontrò il più grande di tutti in California. Alì si meravigliava che un bianco, piccolo e storto, che a guardarlo lì su due piedi (e anche a vederlo correre per la verità) a tutto sembrava corrispondere fuorché ai canoni della calligrafia dello sprinter perfetto, fosse stato per quasi vent'anni (17: dal 1979 al 1996) l'uomo più veloce del mondo. E ancora, trentaquattro anni dopo, è il più veloce d'Europa e tra i top ten della Terra, nonostante abbiano corso, da allora, tipi come Carl Lewis o Usain Bolt, per non citare che i migliori.
Alì si meravigliava come era successo già a quei bulli di Barletta, dove Mennea era nato, che appena si facevano la fuori serie andavano dall'adolescente Pietro a sfidarlo su Via Pier delle Vigne o Viale Giannone: partenza motore spento per loro e qualche metro più avanti per il ragazzetto a piedi, che, in piena notte, s'era infilato svelto i pantaloncini cuciti da papà Salvatore sarto, magari con qualche stoffa d'avanzo, e le scarpe d'un numero più grande giacché a comprarle giuste durano meno perché i piedi a quell'età crescono veloci anch'essi e non ci sarebbero soldi per comprarne un altro paio. Mica sempre uno si può permettere quelle otto poltrone Frau che ti puoi comprare quando riscuoti otto milioni di lire perché hai vinto il premio per l'oro delle Olimpiadi a Mosca 1980.
Anche Pallamolla, l'amico invincibile dell'infanzia pugliese, si meravigliò il giorno che fu vinto. Pure questo sarebbe successo tante altre volte e a tanti altri: basti pensare a come deve esserci rimasto proprio quel giorno dei 200 metri a Mosca Alan Wells, quando uscì dalla curva che aveva almeno tre metri di vantaggio e, rialzando la testa china nello sforzo, dopo l'arrivo, vide il dito di Mennea in corsia 8 levarsi dritto verso il cielo: era il numero 1. L'anno prima, al Messico, Mennea era diventato primatista del mondo con quel 19:72 memorabile: sei metri avanti a tutti nel finale, il dispiacere d'aver tolto il primato proprio a Tommie Jet Smith, un mito di rabbia di quegli anni arrabbiati ma fecondi.
A Mosca Mennea era alla sua terza Olimpiade, dopo la prima di Monaco '72 quando andò a festeggiare la medaglia in un ristorante italiano e, tornato al Villaggio, il sonno fu talmente profondo che non sentì nulla di quello che succedeva alla finestra di fronte, la finestra di Israele e di Settembre Nero. Dopo Mosca ne sarebbero venute altre due, per un totale di cinque, come i cerchi dello stemma e le lauree che Mennea avrebbe poi preso davvero e non solo sui curricula.
Gli stadi del mondo li conosceva praticamente tutti. Del resto ha detto una volta che dei suoi 15 anni trascorsi correndo ad altissima velocità, aveva passato 5.482 giorni ad allenarsi e 528 in gara. Lasciò di stucco, una volta, i custodi dello stadio di Tokyo perché, prima d'un meeting di fine stagione – dunque a interesse quasi esclusivamente commerciale – pretese di domenica l'apertura dell'impianto per allenarsi ancora. Tutti gli altri erano in giro per i quartieri della vita, come Ginza o Asakusa, o per quelli dell'ultima diavoleria elettronica che al ritorno avrebbe fatto morire d'invidia gli amici, come, Akihabara.
Per lui i quartieri della vita erano solo il recinto rosso di una corsia di pista, tra due strisce bianche. Per anni, che a dirlo così sembrano un breve tempo, ma a contarli ogni giorno via l'altro non finiscono più, specie se ci metti dentro anche Natale e Capodanno, solitario a Formia per prepararti. Per anni da un giorno del '68 quando a una gara ad Ascoli Piceno lo avevano fatto notare al professor Carlo Vittori che poi sarebbe divenuto il suo allenatore, il padre dell'odio-amore da manuale di psicanalisi spicciola, che fu conquistato dalle sue potenzialità che già facevano il record di categoria sui 300 metri, ma lo squadrò dalla testa ai piedi e gli disse: «ragazzo, sei magretto, devi mangiare di più». Bere no, se non acqua e pure liscia, perché le bollicine danno in testa. Guardava Valery Borzov, il velocista ucraino che fu suo strepitoso rivale: era grande, grosso, perfettamente muscolare e muscolato come volevano i tabulati del laboratorio scientifico dove il campione veniva costruito un pezzetto sull'altro come un puzzle; guardava i velocisti neri, in particolare una volta Steve Williams che gli arrivò vicino e se non ci fosse stato l'obbligo di non invadere la corsia, Mennea temeva che con quelle ginocchia altissime gli avrebbe fratturato una mandibola tanto erano più su delle sue. Forse non riusciva a capire come avesse fatto quell'altro italiano, Livio Berruti, a divenire olimpionico e primatista prendendo lo sport a cuor leggero, come fosse un divertimento. Per lui, per Mennea, un divertimento non era, neppure un sacrificio, perché gli piaceva "sacrificarsi" in quel modo.
Una volta che a un convegno spiegava certe tabelle d'allenamento che prevedevano 25 scatti, chissà quante ripetute e così via, si sentì chiedere: «ma quello che si allenava così è poi morto? Perché noi ci alleniamo un terzo di quel menù». Come facevano allora a vincere loro? Le fiale, Pietro, le fiale. Ne fu mai tentato? Una volta confessò che sì, ma senza cedere alla tentazione. E, feroce com'era stato nel suo allenarsi, divenne feroce nel combattere tutto, facendosi fondamentalista di un certo sport che non c'era più e con questi spigoli non aprendosi davvero porte a nessuna possibile carriera. Ma c'era tanto altro da fare, perché l'arrivo non è un traguardo ma un'altra partenza. Perché, come ha titolato uno della ventina di libri che ha scritto, «La corsa non finisce mai». La sua, umana, è finita l'altro giorno in una clinica romana: ci resta l'emozione di quelle corse, di quelle vittorie, l'esempio tutt'altro che peregrino ancora ai giorni nostri della "religione della fatica", perché alla fine dei conti non è tutto un reality, una connessione, una apparenza, quello sguardo acceso che lampeggiava dentro gli occhi anche di Fausto Coppi. L'Italia risalì pedalando con Fausto, andò veloce in testa al mondo correndo con Pietro.

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