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Questo articolo è stato pubblicato il 02 aprile 2013 alle ore 22:20.

Per un'opera diabolica come il "Macbeth" di Verdi ci vuole un direttore luciferino, indemoniato, sulfureo: così hanno pensato alla Scala. Dunque, ecco Valery Gergiev, bacchetta dionisiaca e incandescente. Febbrile, capace di sonorità intinte nello zolfo. Peccato che l'artista russo non ami provare. Al lavoro preparatorio si presenta sempre meno: forse si annoia, forse ha altro da fare. È un direttore che abbiamo molto amato, per l'abisso in cui riusciva a far precipitare orchestra e ascoltatori. Uscire dalle sue esecuzioni significava riemergere dopo aver toccato paesaggi timbrici mai immaginati. Visionario. Vero creativo. Il problema per chi lo ingaggi è diventato oggi solo uno: fermarlo.

In Scala è arrivato all'antigenerale (al terzo atto), obbligando a una generale a porte chiusissime. Alla prima, dalla buca venivano gli spunti più originali di una produzione troppo affastellata sul piano della regia, di Giorgio Barberio Corsetti, e con una compagnia di canto poco unitaria, spesso soffocata dai volumi dell'orchestra. È facile prevedere che le prossime repliche (quattro, se Gergiev le farà, incrociamo le dita) daranno migliori risultati. Ma spostare il baricentro delle attese sugli assestamenti delle repliche non è una tradizione della Scala, che ha sempre vantato l'unicità di spettacoli realizzati come caparbia conquista di un obiettivo, sulla tensione di squadra, con capitani (da Abbado, Giulini, Kleiber, Muti, ma l'elenco sarebbe lunghissimo) che nella fucina preparatoria – prima della "prima" – forgiavano le creazioni del Teatro milanese. L'estemporaneità può talora portare a piacevoli sorprese. Ma più spesso crea guai, o non lascia il segno.

E allora bisognerebbe bandire una crociata per salvare il grande Valery da se stesso. Dalle sue furie, dalle sue fughe. Una macchina coi vetri oscurati sostava pronta fuori dall'uscita degli artisti, in via Filodrammatici, al termine del "Macbeth", contestato soprattutto sulla regia, ma anche – e non era mai accaduto con Gergiev – sulla direzione. Lui era già pronto per scappare. Demonio in corsa, tanto da farci affiorare pensieri molesti e cattivi: ad esempio, che l'edizione del 1847, scelta per questa produzione, non fosse tanto mirata a far riscoprire il taglio della prima versione dell'opera di Verdi, quanto al fatto che in questa non ci sono le danze (del 1865, per Parigi) e dunque tutto è più breve. Si finisce prima. E guarda caso in teatro lo spettacolo iniziava alle 19.30, con mezz'ora in anticipo, creando qualche scompiglio e ritardo. Perché? Forse anche lì per non perdere un decollo?

Peccato, Gergiev. Perché dei tre Verdi finora ascoltati in Scala, dopo "Falstaff" e "Nabucco", questo era musicalmente il più proiettato sui livelli che il Teatro ha nella sua storia. Anche quegli squarci che talora evocavano Ciakovskij in orchestra, o lo spettacolare Coro "Patria oppressa", che pareva avvolto dai fumi di una chiesa ortodossa, confermavano per l'ennesima volta quanto fossero aggiornate la tavolozza e l'armonia del primo Verdi, su quanto succedeva nell'Europa a lui intorno. Dal Bicentenario, finora, pare uscire un Wagner molto in linea col suo tempo, e un Verdi invece inquieto, irregolare, presagio del futuro. Futuribile, e con tutto quanto si può mettere oggi a teatro, era la lettura di Barberio Corsetti: con proiezioni (anche qui le facce dei cantanti in primo piano, ahi) ed effetti colorati multimediali, sulla scena fissa, uno spicchio di gradinata e facciata a finestre, spoglia, lineare, presa da De Chirico.

Il brindisi diventava un'orgia, le streghe belle giovani tarantolate (con movimento oscillatorio molto particolare), "Patria oppressa" una questua di poveri in fila per un mestolo di minestra. Più che ardito, il racconto era scoordinato.
Sul canto usciva però bene il lavoro di scavo del regista, per cui Franco Vassallo, Macbeth, restituiva la fragilità del protagonista, e Lucrecia Garcia, bene muoveva la corpulenta brama di potere della Lady. Nelle repliche si affineranno gli assiemi e i volumi, che vedevano Stefan Kocan poderoso Banco e Stefano Secco esile Macduff. Superlativo, come sempre, il Coro di Bruno Casoni.

Macbeth, di Verdi
Direttore Valery Gergiev
Regia di Giorgio Barberio Corsetti
Milano, Teatro alla Scala,
fino al 21 aprile

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