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Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio 2013 alle ore 08:27.

Il giovane Michelangelo Buonarroti aveva scolpito tra il 1495 e il 1496 un San Giovannino marmoreo per Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici detto il «Popolano». La prima menzione dell'opera con la specificazione del proprietario l'aveva fornita – ancora vivente Michelangelo – Ascanio Condivi nella sua biografia del Buonarroti, che venne scritta nel 1553 sotto la diretta supervisione del Maestro. Quindici anni più tardi, Giorgio Vasari riprese la notizia nella seconda edizione delle Vite (1568). Poi calò il silenzio: la statua sembrava sparita nel nulla e per secoli ci si disinteressò di quella primizia michelangiolesca.
La curiosità attorno al San Giovannino citato dal Condivi si riaccese solo nei primi decenni dell'Unità italiana. Gli sguardi si concentrarono su una statua comprata a Firenze nel 1817 dal pisano Ranieri Venerosi Pesciolini e migrata dal suo palazzo sino ai Musei berlinesi nel 1880 grazie all'acquisto di Wilhelm Bode. Bode identificò la statua con il San Giovannino mediceo, però a torto perché Alois Grünwald (1910) fu in grado di dimostrare che l'opera acquistata non era di Michelangelo ma risaliva al Seicento e spettava a Giovambattista Pieratti o a suo fratello Domenico Pieratti. Il San Giovannino di Berlino continuò comunque a far discutere gli studiosi finché non andò materialmente perduto nell'apocalisse di Berlino del 1945.
Nel frattempo s'erano fatti avanti altri "pretendenti". Il primo fu il San Giovannino conservato a Úbeda in Andalusia, di cui parleremo tra poco; il secondo il San Giovanni Battista conservato nella Pierpont Morgan Library di New York. La seconda ipotesi venne presto smentita dalla convinzione, già avanzata da Ulrich Middeldorf, che il marmo di New York fosse in realtà opera di Giovanfrancesco Rustici, attribuzione oggi unanimemente condivisa. Nella questione entrò a gamba tesa anche Roberto Longhi: nel 1958 attribuì a Michelangelo un San Giovannino conservato in San Giovanni dei Fiorentini a Roma. La rara incursione di Longhi nel campo della scultura si rivelò tuttavia un passo falso: Eugenio Luporini provò che la statua assegnata a Michelangelo da Longhi era in realtà un'opera di Benedetto da Rovezzano. Nel 1960 Alessandro Parronchi propose la candidatura del San Giovanni gradivo del Bargello (già allora creduto, così come oggi, di Francesco da Sangallo), mentre nel 1964 l'antiquario Piero Tozzi pubblicò un volumone patinato su un San Giovannino di sua proprietà per dimostrarne l'autografia michelangiolesca. Fu un altro buco nell'acqua: il San Giovanni Tozzi è entrato nel 2005 nella National Gallery di Washington come capolavoro secentesco di Giovanfrancesco Susini.
Il fallimento di tutte queste candidature finì col causare un pessimismo diffuso tra gli studiosi e un conseguente silenzio nella bibliografia più recente sull'argomento.
A invertire la rotta viene ora l'interessantissima proposta di Francesco Caglioti, professore di storia dell'arte all'Univesità Federico II di Napoli e grande esperto di scultura italiana del Rinascimento. Caglioti è convito non solo che il San Giovannino di Michelangelo esista ancora, ma che sia uno dei "pretendenti" dimenticati dagli studi recenti: ovvero sia il San Giovannino conservato nella Capilla de El Salvador di Úbeda in Andalusia.
La statua di Ûbeda era stata pubblicata nel 1930 da Manuel Gómez-Moreno come opera di Michelangelo, ma l'attribuzione michelangiolesca cadde nel vuoto: innumerevoli specialisti in lingua italiana, tedesca, inglese o francese evitarono di menzionarla e qualcuno – come Roberto Longhi - bollò la statua come «scadente».
Secondo Caglioti sbagliarono tutti. Gómez-Moreno, pur intuendo di avere tra le mani la soluzione giusta, non andò molto a fondo. Pubblicò il San Giovannino con una sola foto d'insieme, e pur riconoscendo che il primo e importantissimo proprietario spagnolo dell'opera era stato Francisco de los Cobos (1477 circa-1547), Gómez-Moreno non condusse ulteriori ricerche sul personaggio.
A complicare le cose giunse la tragedia del 26 luglio 1936: nei primi giorni della Guerra Civile spagnola, la statua di Úbeda venne ridotta in pezzi dalla furia iconoclasta dei repubblicani. Tutta la bibliografia dopo il 1930 ha dovuto valutare il San Giovannino di Úbeda sulla sola foto di Gómez-Moreno e su due o tre altre: troppo poche per farsene un'idea decente.
Caglioti ha iniziato la sua verifica proprio dalle foto, andando a cercarle in varie fototeche storiche e reperendone una quindicina. Poi ha tentato di ricostruire la storia del marmo. Negli inventari della Casa Vecchia dei Medici in Via Larga (dove i figli, nipoti e pronipoti di Pierfrancesco de' Medici il Vecchio abitarono ininterrottamente sino al 1537) alla data 1498-1499 si legge che nella «camara terrena di Lorenzo (di Pierfrancesco)» ci stava «uno San Joambaptista di marmo di tutto rilievo», mentre negli inventari del 1503 si parla di «uno Sancto Giovanni di marmo». Le opere d'arte della Casa Vecchia rimasero al loro posto fino al 1537. Quell'anno, Cosimo I de' Medici entrò in possesso dello Stato fiorentino e, in parallelo, di tutti i beni di famiglia. Tra questi doveva esserci anche la statua di Michelangelo.
In quei giorni cruciali la figura-chiave che garantì a Cosimo il possesso dello Stato era stato l'imperatore Carlo V, accompagnato e coadiuvato dall'onnipotente segretario Francisco de los Cobos. Ma Cobos non era soltanto il deus ex machina della politica e della diplomazia imperiale in Italia, era anche un appassionatissimo collezionista, continuamente corteggiato a suon di doni artistici dai duchi di Mantova e Ferrara. Questo è il punto. Caglioti si è convinto che anche il San Giovannino di Michelangelo fosse un regalo diplomatico a Cobos, questa volta da parte dei Medici. Ed è andato a cercar conferme nei carteggi spagnoli conservati all'Archivio di Stato di Firenze alle date tra il 1537 e il 1541. L'intuizione è stata premiata. Le carte rivelano che nell'estate 1537 Cosimo inviò da Firenze alla corte cesarea di Spagna – via Genova – alcuni doni da offrire a Cobos e al secondo segretario di Carlo V, Nicolas Perrenot de Granvelle. Per entrambi i segretari il Medici mise a disposizione preziosi «drappi d'oro», il cui pregio si può stimare dal fatto che al loro arrivo a Barcellona si dovettero sborsare cento ducati per pagare i dazî. Per il Cobos, però, c'era qualcosa di più: Cosimo de' Medici inviò a lui solo una «statua» talmente importante e preziosa che, anziché mandarla a Barcellona con il resto del carico, la si fece proseguire via mare fino a Cartagena, vale a dire il porto più vicino a Úbeda e ai possedimenti di Cobos. Il sessantenne Cobos – che pure aveva fissato la sua dimora principale a Valladolid – voleva essere sepolto in Andalusia. E infatti l'erezione della Capilla (funebre) de El Salvador, luogo di approdo del San Giovannino di Michelangelo, era stata avviata il 18 settembre 1536, proprio un anno prima del dono della «statua» da parte del nuovo signore di Firenze.

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