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Questo articolo è stato pubblicato il 26 maggio 2013 alle ore 08:36.

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Sarà pure diventato abate «per sottrarsi agli obblighi di servizio dello Stato prescritti all'epoca ai patrizi veneti», avrà pure accumulato «con tutti i mezzi e qualche volta con pochi scrupoli una quantità incredibile di materiali», fatto sta che Teodoro Correr (1750- 1830), dopo la morte lasciò a Venezia una collezione di opere d'arte degnissima di diventare un grande museo. Gli anni in cui visse erano particolarmente favorevoli all'incetta; la Repubblica di Venezia era giunta al capolinea e la soppressione degli enti ecclesiastici stava subendo gli effetti della liberalitas napoleonica. Di conseguenza tra la fine del Settecento e gli inizi del nuovo secolo si verificarono immani smobilizzi di dipinti, sculture, oggetti, suppellettili e biblioteche, che nelle mani dello straricco Teodoro, che sulla spinta di una passione vorace e illimitata aveva comprato di tutto, ne aveva goduto in vita e poi aveva lasciato le raccolte alla sua città.
Nel museo veneziano che da lui prende il nome sono state inaugurate, un paio di settimane fa, otto sale al primo piano, dove sono esposti dipinti, avori (da strabuzzare), monete, medaglie, manufatti d'arte orientale, orologi, maioliche (sbalorditivo il "servizio Correr" di Urbino o Casteldurante, databile verso il 1560), oreficerie e gemme, senza selezione di epoche.
Che nei depositi del museo vi fosse materiale vario e da tempo oggetto di studi, restauri, scoperte, riscoperte e revisioni, si sapeva. Io stesso ebbi modo di esaminare i bronzetti rinascimentali, parzialmente pubblicati da Mariacher, alcuni dei quali, negli scorsi due decenni sono comparsi in varie mostre. Ma altro è vederli alla spicciolata, altro è poterli ammirare in un insieme compatto come avviene oggi. Un'assoluta novità sono gli oggetti e taluni dipinti, pressoché ignoti, ora piazzati nelle otto sale, facenti parte di un percorso che a buon diritto può denominarsi Wunderkammer, stanza delle meraviglie, secondo l'intitolazione suggerita – credo – dal curatore Andrea Bellieni.
La rassegna trova il suo punto di coesione nella varietà, nell'alta qualità di molti pezzi, e nella serietà filologica con cui vengono catalogati; per fare un esempio, i dipinti attribuiti di recente alla "gioventù" di Vittore Carpaccio, e incastonati nella ricostruzione del periodo iniziale del pittore, condotta con certosina e inesorabile pazienza da Giorgio Fossaluzza.
Dai quadri lo sguardo passa alle vetrine (ben allestite), ed è qui che si provano le maggiori emozioni. Le gemme antiche e rinascimentali non mi risulta fossero già state messe sotto la lente degli esperti; il loro livello è raro a trovarsi. L'esemplare più straordinario è il cammeo di sardonice, forse del secondo secolo avanti Cristo, che rappresenta una civetta insieme ad altri animali. Si tratta di un'allegoria di Atene e delle città greche. Ma sarebbe un'imperdonabile omissione non citare il disegno a seppia con Sant'Anna di Dü-rer, purtroppo in condizioni non perfette. Lo si data nel 1522. Appartiene al legato di Teodoro Correr, e non mi consta si abbiano notizie riguardo all'acquisizione. Non è azzardato immaginare che il bellissimo foglio provenisse da Venezia, benché la data avanzata non consenta di situarlo in uno dei due soggiorni lagunari del grande maestro di Norimberga.
È auspicabile che l'esposizione di questa Wunderkammer sia l'annuncio di un catalogo generale del museo, corredato da informazioni dettagliate sugli acquisti dell'onnivoro Teodoro.
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