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Questo articolo è stato pubblicato il 16 giugno 2013 alle ore 08:36.

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Da quando è scoppiata la crisi, il mondo della finanza è al centro delle accuse generali: dell'opinione pubblica, di vasti movimenti internazionali come Occupy Wall Street, per non parlare della miriade di procedimenti amministrativi, civili e anche penali avviati negli ultimi anni e nella stragrande maggioranza dei casi conclusi con sanzioni anche pesanti. Persino il paladino della libertà di mercato, l'«Economist», ha coniato il termine banksters per definire i banchieri di oggi.
Ma come conciliare tutto questo con il fatto che la storia e l'analisi economica dimostrano che la finanza è un ingrediente essenziale dello sviluppo economico? Non dobbiamo dimenticare che i grandi balzi in avanti dell'umanità sono sempre stati accompagnati (non necessariamente provocati) da grandi innovazioni finanziarie: dalle lettere di cambio dei mercanti-banchieri fiorentini ai derivati, passando per la banca di deposito e le borse valori. Nella seconda metà dell'Ottocento, Walter Bagehot indicava nell'efficienza della piazza finanziaria londinese il punto di forza dello sviluppo economico e politico britannico.
Il libro di Salvatore Rossi contribuisce a inquadrare il processo in corso in una prospettiva più ampia. L'impianto è quello di un'aula di tribunale. Ci sono capi di imputazione, un'accusa e una difesa. L'autore sembra riservarsi il ruolo di giudice di un rito anglosassone, che assicura la correttezza della fase dibattimentale, e alla fine formula raccomandazioni ai giurati, cioè ai lettori, perché emettano il verdetto. Un approccio molto equilibrato e molto coinvolgente perché chiede fin dalle prime pagine a chi legge di essere parte attiva. Nelle parole dell'autore, il libro «non è un attacco demagogico alla finanza e a chi vi lavora, ma neppure vuole essere una difesa d'ufficio. È un libro per cercare di capire, non per inveire contro gli uni o gli altri».
I capi di imputazione sono cinque e sono così formulati. Primo: la finanza è destabilizzante, perché è una casa da gioco che alimenta ricorrenti crisi di panico. Secondo: è irreale e vacua a confronto dell'economia cosiddetta reale. Terzo: ha generato una mostruosa proliferazione di strumenti complessi e incomprensibili, come la maggior parte degli strumenti derivati. Quarto: consente spropositati guadagni personali a molti di coloro che vi operano, incentivandoli ad assumere rischi crescenti che, quando si tramutano in perdite, ricadono sui contribuenti: il vecchio trucco del testa vinco io, croce perdi tu. Infine, dal 2010 ha investito l'area dell'euro con una ventata di irrazionalità, determinando prezzi assurdi per i titoli di Stato di molti Paesi dell'area.
Il lettore-giurato ha molti elementi di riflessione dalle argomentazioni svolte dall'accusa e dalla difesa su ciascuno di questi punti, ma alla fine si trova con il lacerante dilemma: colpevole o non colpevole?
Rossi ha scelto di mettere sul banco degli imputati non le persone, ma la finanza nel suo complesso. In questo modo, pone al centro della questione non i comportamenti devianti (per non dire criminali) che la crisi ha messo a nudo, ma la finanza come categoria economica. Così, hanno facile presa i continui richiami della difesa all'utilità della finanza nella moderna attività economica e dunque emerge l'inconsistenza logica di una condanna generalizzata.
Posto il problema in questi termini, occorre allora chiedersi cosa possiamo fare per assicurarci gli aspetti positivi della finanza, senza rischiare i disastri che stiamo ancora sperimentando. La risposta (che l'autore ci propone nelle sue raccomandazioni alla giuria) sta nelle regole. La finanza genera in sé i germi dell'instabilità (quindi almeno il primo capo di accusa risulta provato) e dunque deve essere sottoposta a regole stringenti ed efficaci. Detto così sembra quasi scontato, ma bisogna dire che fino alla crisi predominava una visione ispirata al liberismo più integralista, secondo cui l'innovazione finanziaria è sempre in grado di generare effetti positivi per l'economia e quindi il regolatore deve agire in punta di piedi, cercando di intervenire il meno possibile nelle scelte degli operatori. È nato così il mito di una regolazione "dal tocco leggero", di cui si vantavano le autorità britanniche (purtroppo non le sole) che infatti hanno visto sgomenti affondare nel giro di poche settimane corazzate come Northern Rock, Royal Bank of Scotland e Hbos.
Basta questo per capire che le proposte di Rossi non solo toccano il cuore del problema, ma si stanno rivelando anche molto difficili da realizzare, tant'è che davanti a proposte assolutamente ragionevoli come quelle che riguardano i controlli sui derivati, continuiamo a sentire i soliti piagnistei sui limiti che possono derivarne per l'innovazione finanziaria. Come diceva Totò: non c'è peggior sordo di chi non ci sente davvero.
Eppure la finanza non dovrebbe dimenticare che, proprio perché è un'infrastruttura vitale, ha beneficiato del più grande salvataggio della storia. Qualche anno fa, il Governatore della Bank of England ha rovesciato l'omaggio di Churchill agli eroi della battaglia d'Inghilterra: «Mai – ha detto – così pochi (i banchieri) hanno dovuto così tanto (i trilioni spesi in tutti i Paesi) a così tanti (i contribuenti)». Da allora, poco è cambiato; anzi un banchiere inglese (guarda caso) ha affermato recentemente che il tempo del rimorso è finito. Come diceva un umorista d'altri tempi, la riconoscenza è il sentimento di colui che ha ancora qualche cosa da chiedere.

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