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Questo articolo è stato pubblicato il 23 giugno 2013 alle ore 08:47.

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Il Maggio musicale viene liquidato: getta la spugna, dopo 35 milioni di debiti e la costruzione di un teatro, sfarzoso mostro inutile, che nessuno terminerà. I responsabili della gestione fallimentare non alzeranno la mano. Si spera almeno non vengano promossi a far danni altrove. A Firenze si chiude proprio mentre in scena c'è Verdi. Se c'è un autore in grado di parlare sempre radicalmente al presente, è lui. Per questo sono un errore le letture registicamente oleografiche delle sue opere. E quando si stana la molla del dialogo col presente, anche la musica reagisce in maniera diversa. Se ne è avuta la conferma con l'Aida firmata dalla Fura dels Baus, che ha aperto la stagione estiva dell'Arena di Verona, e appunto col Macbeth fiorentino di Graham Vick. In entrambi i casi, il nome del regista va anteposto a tutti gli altri, obbligatorio.
E non c'è da inquietarsi. O da pensare che allora sia finita la musica. Verdi voleva così. L'Aida dei "Fureri" catalani nel gran catino scaligero, che compie giusto un secolo di obelischi e marce trionfali, è la meno egizia mai vista. Ma nessuno vedendo la progressiva costruzione, decisamente spettacolare, di un enorme totem dorato, montato a vista durante la parata del secondo atto, avrebbe potuto pensare di non essere nell'Egitto antico dei faraoni. I fili tirati delle due gigantesche gru, le silhouettes degli acrobati che si arrampicavano, la fatica, la sfida alla monumentalità, tutto rimandava al nostro bagaglio di immagini collegate a quel mondo. Ma quel mondo era anche il presente: il totem simbolo di culto antico di sole e oro, era anche una centrale di energia solare. Esiste veramente, fatta proprio così, sul confine tra Francia e Catalogna, a Font-Romeu. Diventava alla fine la «fatal pietra», per schiacciare come due formiche Hui He, luminosa Aida, e Fabio Sartori, Radames eroico ma un po' stanco nel finale. Dirigeva il giovane Wellber, che è un grande. Arena traboccante, ma interdetta.
La decisa novità appagava invece totalmente il pubblico fiorentino alla Pergola, teatro dove nel 1947 aveva debuttato Macbeth, riproposto meticolosamente in quella prima versione. Bellissima. Anche nel Coro «Patria oppressa», così ruvido, anche nell'orchestra, virile, pieno di interrogativi, ben lontano dalla seconda versione diventata un motto del Risorgimento lacrimoso e processionale. In buca c'era Conlon, musicista di rara sensibilità, che pareggiava con alti momenti interpretativi di buca e palcoscenico, altri stranamente non in appiombo. Ma il vero demiurgo di questa produzione era Vick: uno dei pochi registi musicisti, uno che sa chiedere ai cantanti non solo gesti del corpo ma anche della voce. Non a caso rendevano tutti in modo straordinario, da Luca Salsi, Tatiana Serjan, Saimir Pirgu fino al minuscolo Lorenzo Carrieri, voce candida della terza apparizione. La natura scespiriana di Macbeth usciva prepotente, politica. Ambientata in una Scozia da dittatura dell'est, mascherata – come tutte le dittature – da rassicurante commedia. La frizione rendeva esplosivo il dramma, teso come un noir. L'invenzione della foresta di Birnam, risolta con le sedie verdi di plastica di una sala d'aspetto da migranti in esodo, divelte e trasformate in caschi, era una esortazione chiara a non rassegnarsi. Al pubblico del Maggio, che entusiasta recepiva.
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Aida, di Verdi; direttore Omer Meir Wellber, regia La Fura dels Baus, Verona, Arena; fino al 3 agosto
Macbeth, di Verdi; direttore James Conlon, regia di Graham Vick, Firenze, Teatro della Pergola;
fino al 25 giugno

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