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Questo articolo è stato pubblicato il 14 luglio 2013 alle ore 13:19.
Apriamo l'ultimo «Meridiano» Mondadori, a cura di Marisa Caramella e dedicato ad Alice Munro. Mentre procediamo con la lettura, prendono forma idealmente i contorni di un piccolo centro – un migliaio di abitanti – sul lato orientale del Canada. Possiamo spingerci anche più in là, nel mezzo del Continente, dove pure qualche personaggio si avventura nel corso dei diversi racconti. Ma ci ritroveremo sempre a «Sowesto» (Western Ontario) in mezzo a gente comune – anche se spesso eccezionale nella sua stramberia, reale o solo percepita –, e in un luogo dell'immaginazione in cui chiunque può riconoscere certi ambigui sentieri.
Tutto il mondo è paese, si diceva una volta, e le storie di questa gente – anacronistiche e provinciali, cioè per certi versi fuori dal tempo e in ogni caso lontane dalle luci della città – hanno ormai trovato eco e consensi ovunque. Hanno fatto della Munro una stella del firmamento artistico internazionale. Ma il lettore accorto sa da subito che le sue small town non sono le nostre piccole città. Pregiudizi e pettegolezzi sono le coordinate e le ascisse – ma bisognerebbe dire: il cardo e il decumano – di entrambi questi tipi di insediamento, dove tutti sanno tutto di tutti.
Nondimeno nel Nuovo Mondo la distanza tra gli abitanti e le abitazioni non è quello dei vicoli e delle piazzette. Bisogna sempre essere pronti ad aguzzare la vista e le orecchie. La fulminea capacità di inquadrare una persona, osservando il modo in cui – per fare un esempio – dispone le forchette o i bicchieri sulla tavola, rivela un abito mentale che arriva da lontano, e che però nella Munro è solo un dato di partenza. In apparenza figlia di quelle pretese di raffinatezza, o gentility, che sono l'impalcatura classista della società inglese, è un'abilità, questa, che risale piuttosto alla perdurante propensione degli antenati presbiteriani provenienti dalla Scozia a spiare il vicino per cercare nel suo comportamento i segni della sua elezione o dannazione. Come stanno le cose, quando succede qualcosa, lo si scopre in realtà a poco a poco, e spesso si crea nella coscienza di chi osserva – e dunque di chi legge – uno spazio in cui fioriscono dubbi e congetture.
È ciò che fa tutta la differenza tra la commedia di costume, o addirittura la farsa di strapaese – sempre basate sulla contrapposizione tra vizi privati e pubbliche virtù –, e i racconti della Munro. La cui scrittura, è sì rigorosamente realistica, cioè costruita in economia su precisi rapporti di causa ed effetto, ma è anche capace di aperture – non sul metafisico, questo no – bensì sull'ignoto. Sui misteri della psiche e della volontà.
È il lato "gotico" di una scrittrice nelle cui pagine convivono il visibile e l'invisibile, la realtà che è sotto gli occhi di tutti e i pensieri che non vanno mai oltre la soglia del silenzio. E se nei romanzi dell'orrore l'architettura del castello è simbolica, con i piani alti in cui si banchetta e si danza, e i sotterranei – la parte infera – in cui la fanno da padrone pulsioni e atti innominabili; nei racconti della Munro è invece sotto il linoleum tirato a lucido del pavimento della cucina che si rintanano metaforicamente i demoni della manipolazione e della violenza.
A Sowesto ne succedono di cotte e di crude. Conflitti domestici, turbamenti infantili, amori-per-sempre che durano un giorno, illusioni perdute, smarrimenti senili; e, insieme, fatti di sangue e altri misteri del male: aborti, omicidi e suicidi. Ma Sowesto – come ormai si chiama la regione letteraria inventata dalla Munro – non è Peyton Place. E le tredici raccolte da cui sono tratti i racconti di questo «Meridiano» non potrebbero finire in una soap opera. Prova ne sia che sarebbe anche impossibile metterle in caricatura.
È però innegabile, nella Munro, una precisa attenzione per la strana e curiosa unicità degli uomini e soprattutto delle donne. Per molto tempo – ma, devo dire, senza alcun fondamento – ho pensato a un possibile legame tra questo suo mondo ai confini del mondo e le opere di Diane Arbus: al punto che certe immagini borderline mi erano sembrate adatte per la copertina di qualche suo libro. E un giorno, un paio di anni fa, l'inaspettata conferma sulle pagine del «Times Literary Supplement»: un ritratto giovanile a colori del fotografo canadese John Reeves, in cui si vede uno scaffale con una fila di libri alla spalle della Munro e, accanto a un vasetto di coccio con una piantina, la riproduzione in piccolo di una famosa foto della Arbus.
E però, sempre in bilico tra lo snobismo («la normalità non esiste») e una sorta di gelido risentimento gnostico contro un creatore crudele che ha riempito il mondo di fricchettoni, la Arbus è nella sostanza altra cosa rispetto alla Munro. Sesso e denaro sono i motori costanti delle sue varie e talora intricate vicende, ma la Munro se ne serve di volta in volta, e deliberatamente, per mostrare che «life is not a science», e che la sua descrizione – la non semplice descrizione dei fatti della vita – non comporta alcuna conclusione.
Il suo modo di narrare, che è spessissimo un «ri-narrare», cioè un sommarsi di ricostruzioni – e di manipolazioni, volontarie e involontarie, dei fatti –, ha una logica che non è quella della matematica ma del nostro modo di sognare ed è governata da un principio d'ordine che non è solo estetico. Artista a sangue freddo e lontana le mille miglia da qualsiasi cedimento sentimentale, la Munro è una signora che dice di se stessa di non essere forte – forte di carattere – e che tuttavia possiede una straordinaria intelligenza e tempra morale. Che consistono nel non permettersi mai, e nel non permettere mai nemmeno al lettore, di giudicare o idealizzare i suoi personaggi. E, come ha scritto Russell Banks, la Munro è una scrittrice che ha il coraggio di dire la verità su cose che chiunque altro non oserebbe o si vergognerebbe di affermare. Senza strepiti e furore, e senza l'intento di scandalizzare.
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