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Questo articolo è stato pubblicato il 21 dicembre 2013 alle ore 09:09.

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Tutti i giornalisti di calcio della tv sono uguali. Da questa constatazione deriva il fatto che i giornalisti sportivi compongano in realtà un unico singolo giornalista, il giornalista sportivi. Il giornalista sportivi è un tipo mediano. Media statura, media corporatura, capigliatura nella media, media parlantina, intelligenza media. Due i picchi psicologico/estetici: è gioviale, amico di tutti; indossa abiti brutti. Tutto il resto è nella media, le scarpe non gliele abbiamo mai viste.

Ecco il comportamento standard del giornalista sportivi della tv – di tutte le tv – alla fine della partita, in quella che predilige definire "sede di analisi". Primo collegamento, ancora senza ospite, dallo stadio, in piedi. Il giornalista sportivi sta dicendo che la squadra tal dei tali ha subìto la forza dell'avversario. A un tratto arriva al microfono l'allenatore della squadra tal dei tali: magicamente la squadra tal dei tali «ha controllato il gioco». Notevole anche il rimpallo telepatico con lo studio: se un allenatore protesta furioso – di solito Walter Mazzarri che si lagna di un fuorigioco non segnalato sullo 0-3 –, subito appare la scritta in sovraimpressione: «Mazzarri contro tutti». E più Mazzarri è incazzato nel dopopartita – non importa se abbia ragione o torto assoluto – più lui abbozza, asseconda, annuisce. Ma la cosa distintiva del giornalista sportivi è che mai e poi mai è interessato a mostrare al pubblico se ciò che dice il suo interlocutore sia vero o meno. «Eravate sotto di tre gol signor Mazzarri, il fuorigioco non conta. Non è rilevante!». Tutto ciò, dal giornalista sportivi, non lo sentirete mai. E quindi eccolo, il giornalista sportivi, a farfugliare che evidentemente «la testa dei ragazzi era al prossimo impegno» - di solito inutile, tipo il Chievo in casa. Ma basta che Ancelotti minacci l'alzata di ciglio e subito arriva la chirurgica rinculata: «No no, volevo dire che avete saggiamente amministrato il vantaggio, dimostrato grande maturità, mai rischiato più di tanto». Poi secondo lui, «i ragazzi» – li chiama così, milionari che si comprano lui e tutta la sua razza – «i ragazzi» o «avevano la testa alla sfida di mercoledì» o «hanno sottovalutato l'avversario». SEMPRE. Non fanno mai schifo, non giocano mai peggio degli altri "ragazzi", non sono MAI scarsi. No, sottovalutano, rimangono sorpresi, sono proiettati al prossimo impegno.


Ora, in qualsiasi altro campo professionale questo atteggiamento sarebbe considerato oltraggioso: «Lei, signor falegname che si è appena piallato una mano, non è che doveva ancora smaltire le scorie (espressione culto) del bianco col Campari del bar?» Di là insulti, qui no. Il giornalista sportivi infatti crede addirittura di aiutarli, i ragazzi (e il Mister), con tutti questi alibi, attenuanti generiche e sfighe oggettive. In realtà gli sta dicendo che sono così deficienti da non riuscire a concentrarsi neanche per 90 minuti una volta alla settimana su quello che devono fare, ma niente, non lo capisce, è convinto di aiutarli.
Lo stesso, ma testosteronizzato all'ennesima potenza, vale ovviamente anche per «i ragazzi» singolarmente presi. Un calciatore famoso, un intoccabile (un Totti, un Buffon) gioca malissimo. Impossibile. «È appena tornato dall'infortunio»; «Non ha ancora il ritmo-partita»; «Non poteva avere il ritmo partita»; «Viene da una serie di prestazioni incredibili, un calo è normale»; «È stato male assistito dai compagni»; «Lasciato solo».
Poi le specificità di ruolo: «Portiere poco coperto dalla difesa»; «Difensore non protetto dal centrocampo»; «Centrocampista non assistito dal movimento delle punte»; «Attaccante troppo isolato là davanti». Quando la verità è già chiara a tutti: ha fatto pena. Ha giocato male. Nello sport succede.

Il disgraziato telespettatore è abituato all'intera sceneggiata da molti anni, e quindi traduce, decripta, è costretto a un superlavoro di parafrasi senza il quale l'intera intervista non avrebbe alcun senso. Ma il giornalista sportivi, lui questo non lo sa .

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