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Questo articolo è stato pubblicato il 21 febbraio 2014 alle ore 07:03.
L'ultima modifica è del 21 febbraio 2014 alle ore 13:28.

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La prima volta che il suo attuale fidanzato la invitò a cena, preparò tutto con l'accuratezza dei maschi delle pubblicità: le patate erano in forno, il vino era freddo, l'ora era passata, e lei non arrivava. Matilde aveva dimenticato l'appuntamento: «Se ti serve qualcosa per sputtanarmi, sono una grande tiratrice di pacchi. Ma non per cattiveria: sono un po' distratta». Un divano più in là c'è il fidanzato, che con la serenità di quelli che hanno perso il set ma vinto il match ricorda il messaggio di quando lei si rese conto della dimenticanza, a mezzanotte: «Uh, non sono venuta». Se avete visto Il capitale umano, sapete chi è Matilde Gioli: è la protagonista assoluta di mezzo film, ed è difficile non notare una ventiquattrenne di una bellezza da fermare il traffico, la figlia naturale di Angelina Jolie ed Eva Green. Se l'ultimo film di Paolo Virzì invece non l'avete visto, se ne avete solo sentito parlare, è probabile non sappiate neppure che Matilde esiste. Con una scelta che verrà studiata in appositi corsi di laurea intitolati «Il marketing dei prodotti culturali per dolenti eruditi», la distribuzione ha infatti deciso di vendere Il capitale umano con una confezione da balconata di Santoro; il messaggio è: «Abbiamo rubato il futuro ai nostri figli»; e c'è il codice a barre, simbolo del capitalismo cattivo, sul poster.

Invece di metterci Matilde ricoperta di petali di rosa, e farne l'American Beauty italiano. Invece di valorizzare la divisa da collegiale che indossa in alcune scene, e ricordare agli ormoni del pubblico il primo video di Britney Spears. (Quando le si citano Baby One More Time o la liceale oggetto del desiderio di Kevin Spacey in American Beauty, Matilde sorride come fa una ventiquattrenne beneducata sentendo nominare i consumi pop di quando lei era alle elementari: è ancora per un po' in quell'età beata in cui non ci sono "i vecchi", ma "i grandi"; «Le attrici più grandi» è il modo in cui cita le altre protagoniste del Capitale umano, Valeria Bruni Tedeschi e Valeria Golino). A un certo punto, tra il momento in cui dice che fa il pane fatto in casa (ma giura che la sua specialità sia la focaccia), e il racconto asciuttissimo dell'agonia del padre, morto per un tumore al cervello durante la lavorazione del film di Virzì, mi ricordo di quando Maurizio Costanzo di fronte a un ospite troppo lodato diceva: «Stiamo facendo il santino». Quindi elemosino dal fidanzato un difetto di quella che dimenticava i suoi inviti a cena. Lui dice: «Non sa fare il bucato». Lei ride. Sembrano uno spot dei biscotti.

A rimettere in fila le frasi, è facilissimo farla sembrare una di quelle terrificanti figurine da rotocalco che giurano d'esser rimaste quelle di sempre: ha comprato i lamponi ma «solo perché erano in offerta, di solito costano un sacco»; è andata a Parigi alla sfilata di Valentino e sgrana gli occhi raccontando della differenza di trattamento tra l'essere la celebrità invitata in prima fila e quando lavorava alle sfilate come hostess (il fidanzato l'hanno comunque relegato in ultima fila); sulle caviglie ha tatuate le iniziali dai genitori. Dall'effetto Julia Roberts in Notting Hill, in quella scena stucchevole in cui la star del cinema dice al libraio: «Sono una ragazza semplice», la salva il fatto che ride molto, fa un sacco di smorfie, e neppure raccontando di quando a sedici anni pensava di restare paraplegica perché in un incidente in piscina si ruppe cinque vertebre sembra cedere al poverinismo. Ha un'aria spiccia che le permette di permettersi qualunque cosa. Anche di dire che vuole studiare neuroscienze, mica far l'attrice: la malattia del padre e prima ancora il fratello disabile le hanno fatto venir voglia di capire il cervello, il suo mito è Giacomo Rizzolatti, quello che ha scoperto i neuroni specchio. Quando le chiedo se, potendo ottenere quel che vuole, ambirebbe a Rizzolatti o a Scorsese, risponde: «Lo dico senza presunzione: credo che Scorsese sia più semplice». Siccome per il Nobel c'è tempo, intanto c'è da cogliere l'opportunità di lanciarla come sex symbol, sta andando spesso da Milano a Roma a incontrare registi che la convocano. L'ultimo che ha visto prima della nostra conversazione è Paolo Sorrentino, ma si affretta a precisare che «era solo per conoscermi, non era un provino, abbiamo fumato una sigaretta alla scrivania, poi mi ha chiesto di fare uno sguardo drammatico fuori dalla finestra». Cerchiamo entrambe di non ridere, lei conclude: «Ho buttato lì 'sta piva, guardando fuori», e le tocca spiegarmi che "piva" vuol dire "muso". Mentre lo dice penso al muso perenne che ha nel film di Virzì, e mi viene il sospetto che la misura della bellezza sia quella lì: che i registi, invece di dirti «Spogliati», ti chiedano di metter loro il broncio.

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