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Questo articolo è stato pubblicato il 07 marzo 2014 alle ore 15:20.
L'ultima modifica è del 07 marzo 2014 alle ore 16:21.

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Una foto di scena del film 'Allacciate le cinture' (Ansa)Una foto di scena del film 'Allacciate le cinture' (Ansa)

In un fine settimana come questo, in cui escono ben 11 titoli, è inevitabile operare una selezione tra quelli che meritano e quelli di cui è inevitabile parlare. E allora partiamo subito con quelli più forti "mediaticamente", 300 L'alba di un impero e Allacciate le cinture. Il primo è un clone del predecessore, diretto da Zack Snyder. Fatto anche piuttosto bene, divertente, esteticamente pacchiano ma apprezzabile. Non c'è l'anima di Miller - ma va detto che "Xerxes", graphic novel da cui questo secondo capitolo è tratto, non è tra le sue cose migliori -, né la sfrontatezza del cineasta che ci ha regalato anche Watchmen. Ma per gli appassionati del genere, il neopeplum digitale, l'esame può considerarsi superato.

In più c'è Eva Green che, dopo l'exploit con Bertolucci e la prematura morte in 007, si conferma meravigliosamente decorativa. Di solito inutile, qui invece fa il suo: 300 L'alba di un impero è così attento alla confezione visiva, che lei diventa necessaria, persino con quella recitazione eccessiva.

Difficile, invece, salvare Francesco Arca, l'ex tronista molto atteso alla prova del cinema, in Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek. E, in tutta franchezza, la colpa non sembra neanche sua: si impegna, cerca di dare il massimo, ma è proprio il suo personaggio di buon selvaggio, di proletario testosteronico, a fare acqua da tutte le parti in sceneggiatura. Certo, la sua scarsa espressività non aiuta, ma in questa confusa storia di amicizia, amore e malattia, quasi tutti gli interpreti sembrano trovarsi a disagio. Vale per la brava Crescentini, chiusa in un ruolo bidimensionale, e anche per Kasia Smutniak che almeno il talento può tirarlo fuori nella seconda parte, quando la svolta drammatica le dà più respiro. Ma, comunque, l'abbiamo apprezzata di più altrove. Fanno eccezione solo un'eccellente Paola Minaccioni, degente petulante e irresistibile, e il discontinuo, finora, Filippo Scicchitano, che alle prese con un migliore amico gay a un passo dalla macchietta, tira fuori le unghie e sembra sempre una spanna sopra gli altri. Ozpetek tocca i tasti del cuore per farsi amare dal proprio pubblico, peraltro fedele negli anni come succede a pochi altri autori, ma sembra ancora legato a una discesa creativa che da Saturno contro è sempre più evidente e non si è fermata. Non trova più la forza degli inizi, la lucidità emotiva dei primi film, sembra invece schiavo di uno stile lezioso, di una commedia melodrammatica un po' vacua, e anche di scelte di regia e scrittura discutibili e fuori tono. E alla fine Allacciate le cinture sembra un avvertimento allo spettatore: allacciale, se vuoi rimanere fino alla fine.

Tutt'altro tipo di film è Il Superstite, apprezzatissimo a Cannes, alla Settimana della Critica. Paul Wright, regista coraggioso, ci porta in un paese di pescatori scozzesi. E in particolare in una casa. Quella del protagonista, unico sopravvissuto di un naufragio. L'opera è il racconto angosciante dell'odissea di un ragazzo in difficoltà, condannato da quella piccola e meschina società a scontare la sola colpa di essere rimasto in vita, "salvato" solo dalla madre e dalla quasi cognata. Due donne, non a caso. Noi precipitiamo con lui nella follia, nella paranoia, in una speranza tenace e questo gorgo emotivo, pur non sempre reso al meglio, ti trascina dentro al film. Un lungometraggio difficile, senza compromessi a favore del pubblico, probabilmente non del tutto riuscito e sicuramente incompiuto, ma che ha momenti e intuizioni notevoli.

Chiudiamo, infine, con le due belle e in fondo inaspettate sorprese di questo week-end. Deliziosa la commedia sociale di Claudio Amendola, che con La mossa del pinguino indovina un ottimo esordio. La sua storia, anche molto anglosassone, tra Mullan e Loach nei momenti migliori, sa (com)muoverti e divertirti, con leggerezza e sensibilità. Quattro emarginati della periferia romana (Leo, Memphis, Fantastichini e Fassari, gran quartetto) si mettono in testa di andare alle Olimpiadi, nella sconosciuta disciplina del curling. Punto di partenza surreale, è vero, ma efficace per raccontare la miseria dignitosa di vite vissute al massimo, anche se si ha il minimo, di sogni e illusioni che si possono vivere solo con la poesia dello sport. In cui la colonna sonora di Momenti di Gloria può farti tornare uomo, padre e compagno di vita, e darti qualcosa di unico. Amendola è una bella scoperta dietro la macchina da presa, così come Edoardo Leo si conferma un protagonista generoso e di talento. Il resto è fatto da un ottimo cast, da idee di sceneggiatura di ottimo impatto (il padre di Memphis è la chiave che porta una semplice commedia alla dignità di piccolo grande racconto di vita) e da un'atmosfera che spesso, nel cinema italiano, non troviamo. Siamo troppo spesso convinti, infatti, che la leggerezza sia stupida. E invece spesso è sensibile e profonda.

Chiudiamo con un vero e proprio gioiello, Pulce non c'è. Giuseppe Bonito, senza retorica e con una sensibilità visiva straordinaria, ci porta a raccontare il disagio e la diversità, in una favola a volte persino buffa e sempre dolcissima, pur nei suoi momenti di durezza. Anche, e soprattutto, grazie a Pulce. Una bimba autistica, attraverso cui e con cui scopriamo un universo fatto di tamarindo, Bach e tango, di genitori inadeguati e di bellezza. Perché bisogna saper guardare il mondo con gli occhi di Pulce, con la delicatezza interpretativa di Francesca Di Benedetto (nei panni di Giovanna), con le immagini di Bonito, mai banali né presuntuose, per capire che la vita è tanta roba e spesso noi non la vediamo tutta. E che accanto a noi, magari, ci sono bimbi silenziosi e che riteniamo strani che sanno guardare il mondo davvero. E a volte, come succede qua, grazie a un grande regista e a chi, vivendo questa condizione, gliel'ha voluta raccontare, sanno pure restituircela. Se sappiamo capirli.

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