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Questo articolo è stato pubblicato il 17 marzo 2014 alle ore 13:02.

In principio fu il soggetto che si osserva, la poesia che si dice nel momento stesso in cui prende corpo sulla pagina – Ora serrata retinae (1980), Nature e venature (1987) –, secondo il gioco di rifrazioni multiple bene illustrato dal titolo di una monografia dello stesso Magrelli su Paul Valery: Vedersi vedersi, appunto. Negli anni, però, questa riflessività si è complicata. Almeno a partire dalla terza raccolta, Esercizi di Tiptologia (1992), la poesia di Magrelli si è fatta sempre più poesia culta, condotta in dialogo esplicito o implicito con la tradizione lirica e filosofica, come attesta il numero sempre crescente di eserghi e citazioni di apertura contenute negli ultimi volumi. La letteratura sulla letteratura piuttosto che lo sguardo sullo sguardo. O, al limite, il mondo rispecchiato nelle rubriche di un quotidiano-tipo (Didascalie per la lettura del giornale, del 1999).
Lungo questa strada, la nuova raccolta di Magrelli, Il sangue amaro, segna un ulteriore slittamento. Ai versi e alle massime (o ai frammenti di giornale) che anche qui inaugurano spesso le composizioni si aggiungono ora le frequenti dediche (tra cui una ad Henri Beyle, ortonimo di quel maestro di egotismo che fu Stendhal), più un numero consistente di riferimenti ad amici, interlocutori, conoscenti che affiorano qua e là, con un vocativo imprevisto o una discretissima allusione. Beninteso, questi deuteragonisti non parlano: ma il loro alitare dai bordi del testo provoca come mai prima una visibilissima condensa sulle finestre della casa da cui il soggetto poetante osserva il mondo.
Questo affollamento ha sicuramente a che fare con l'approfondirsi di una vena civile che nelle prime raccolte sarebbe stato difficile da prevedere. Quando è che l'io incontra il noi? Dietro l'omaggio o il saluto, di là dal vetro i nomi e i referenti particolari sembrano rimandare a una comunità perduta, o a una ipotetica comunità a venire. Nel presente, invece, c'è solo il vuoto. Curiosamente infatti, non appena entriamo nei testi, ci accorgiamo che, esclusa la famiglia, le poche entità collettive evocate si reggono tutte su una privazione originaria: i giovani senza lavoro, gli odiatori disperati che scrivono insulti nei bagni pubblici, gli uomini bruciati assieme nelle Torri Gemelle o, con un altro rogo, gli operai periti nell'incidente della Thyssen. All'impossibilità kantiana di attingere alla cosa in sé si aggiunge ora, dunque, una paralisi storica. Al punto che, nell'età della trasformazione della politica in scienza della governamentalità e della governance, le dediche si rivelano altrettanti tentativi di fare gruppo: se necessario oltre lo spazio e il tempo. Invocazioni di aiuto almeno quanto profferte di affetto ai vivi e ai morti.
Allo stesso tempo, mai come in questa raccolta e nei precedenti Disturbi del sistema binario (2006), i versi di Magrelli nascono dal contatto urticante con il mondo di fuori. I rumori, il disprezzo delle elementari regole di convivenza, la resa degli eredi della sinistra che fu al semplice diritto del più forte... L'invettiva o solo il lamento (quasi sempre appena stemperato da un sorriso) hanno in queste pagine le origini più diverse. Quale che sia la causa della ferita, l'io che parla è sempre meno un soggetto trascendentale e sempre più un paziente: cioè – alla lettera – un corpo che patisce, sperimentando su di sé lo sbilanciamento malinconico degli umori o le aggressioni esterne. Con un gioco di parole che potrebbe non dispiacere a Magrelli, in questo Il sangue amaro l'ispirazione poetica nasce sempre più spesso dalla inspirazione di un'aria avvelenata: l'aria del nostro tempo.
Poeta della riflessività, Magrelli ha sempre nutrito una speciale predilezione per la simmetria e per il chiasmo. Si spiega in questa luce anche il fastidio per la moda degli haiku, derisa in Contro l'abuso di haiku ovvero Viaggiando lungo l'Appennino su un vecchio treno regionale in una calda mattinata d'agosto («Tunnel del cazzo/ Giornale appena aperto / Cazzo di tunnel»). Ne Il sangue amaro la simmetria assume però spesso la forma estrema del bisticcio di parole e della rima equivoca (il fumo della doccia e il fumo della sigaretta, la sapienza e la "Sapienza", intesa nel secondo caso come l'Ateneo romano). Soprattutto, Magrelli sfrutta ora in maniera sempre più virtuosistica il potere della ripetizione, dalla parola "sesso", sussurrata ben cinque volte nell'ultimo verso di una poesia sulla "Minetti platonica", a intere frasi che tornano mutate solo nella punteggiatura («Poi mi sono svegliato. / Poi mi sono svegliato?»). Il massimo dei risultati con il minimo dello sforzo apparente: un poco come nel Caproni maturo.
Generalizzando, si potrebbe dire che in questo nuovo Magrelli le parole ripetute alludono a una tragedia (o comunque a un trauma) che si ripresenta rigorosamente in forma di commedia.
A essere amaro, in queste poesie, è infatti soprattutto il riso. Il quale non è mai stato così abbondante nelle opere precedenti di Magrelli, ma – contrariamente a quanto asserisce il noto proverbio – qui non "fa buon sangue". Mai.
Le dodici sezioni in cui è ordinato il volume lasciano trasparire una precisa volontà dell'autore di mettere ordine a posteriori in un corpus di testi nati in gran parte da avvenimenti e sollecitazioni esterne (l'abbondanza delle dediche trova anche in questa iniziale occasionalità la sua ragione). Se qui ci troviamo ai confini di un diarismo che non traccia mai un racconto dal senso compiuto ma procede piuttosto per frammenti e rapide accensioni, sul versante opposto Il sangue amaro coltiva la forma del poemetto, con ben tre testi lunghi: La lettura è crudele. Undici endecasillabi in forma di ipertesto, Annopenanno. Un calendario e La lezione del fiume in rondinets irregolari.
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