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Questo articolo è stato pubblicato il 09 aprile 2014 alle ore 09:05.
L'ultima modifica è del 09 aprile 2014 alle ore 09:06.

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Papa Giovanni XXIII (Olycom)Papa Giovanni XXIII (Olycom)

Tra due settimane – domenica 27 aprile – papa Francesco ha un appuntamento importante in piazza san Pietro. Quel giorno, sarà impegnato nell'elevare agli altari due beati della Chiesa che hanno particolarmente contato per lui. Due papi del Novecento, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il papa bergamasco nel quale Jorge Mario Bergoglio ha riconosciuto da sempre un modello pastorale, il buon prete di campagna capace di restare pastore d'anime anche da vescovo, da nunzio, da patriarca.

Il papa polacco sotto il pontificato del quale il gesuita Bergoglio ha percorso le tappe maggiori della sua carriera ecclesiastica, dal vescovato ausiliario di Buenos Aires alla porpora cardinalizia del 2001. Tra due settimane l'appuntamento sarà importante anche per milioni di fedeli attesi in piazza san Pietro, che vivranno come un evento di grazia la canonizzazione di due papi straordinariamente presenti nella memoria della Chiesa universale. Il 27 aprile, l'elevazione agli altari di papa Roncalli e papa Wojtyla rinnoverà quella peculiare miscela di cerimonia e di festa, di culto e di spettacolo, di pietà e di messinscena, che da quattro secoli a questa parte – dalla canonizzazione di sant'Ignazio di Loyola, nella Roma barocca del 1622 – ha definito e distinto il teatro capitolino della santità.

Nel frattempo, l'attesa dell'evento produce qualche riflesso editoriale. Qualche libro d'occasione, da smerciarsi come viatico ai pellegrini in partenza verso la Città Eterna o come livre de chevet per lettori insonni. Tutt'altro, sia chiaro, che una pioggia di titoli. Al giorno d'oggi, neppure due santi imminenti dotati del carisma di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II riescono davvero a ritagliarsi uno spazio sui banconi dei librai, tanto riesce onnipresente, inarrestabile, egemonico il carisma di papa Francesco. Ma nella prospettiva del 27 aprile un volume almeno va segnalato, come rappresentativo di un genere. È il libro scritto da Stefania Falasca, e pubblicato da Rizzoli con il titolo Giovanni XXIII, in una carezza la rivoluzione.

C'è chi ha sottolineato la «meticolosa ricostruzione dei fatti» compiuta da Falasca, salutando «notizie e documenti inediti» che «contribuiscono a chiarire aspetti rilevanti nella storia del Concilio e della Chiesa». In effetti, la laboriosa vicenda della causa di beatificazione di papa Roncalli – una vicenda prolungatasi dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Novanta – rappresenta uno spaccato particolarmente significativo di storia della vita ecclesiastica (e del vissuto religioso) nell'Italia tardo-novecentesca. Peccato soltanto che poco o nulla dei meriti del libro vada attribuito a Stefania Falasca, il cui zelo di studiosa è principalmente consistito nell'utilizzare a piene mani un volume dello storico Enrico Galavotti: l'autore di Processo a Papa Giovanni. La causa di canonizzazione di A.G. Roncalli (1965-2000), pubblicato dal Mulino nel 2005.

Se l'instant-book di Rizzoli violi qualche diritto è materia per avvocati, che qui non interessa. Qui interessa la rappresentatività di un libro all'interno di un genere, quello della letteratura devozionale. E proprio il fatto che la base documentaria del libro di Falasca sia la stessa del libro di Galavotti consente di porre la questione in tutta la sua evidenza. I documenti che valgono a ricostruire la causa di canonizzazione di papa Roncalli sono, da un volume all'altro, esattamente gli stessi. Ma quanto cambia – e cambia tutto – è il metodo con cui i documenti vengono letti. Nel caso di Galavotti, il metodo è quello dello storico. Nel caso di Falasca, il metodo è quello dell'agiografo. In un caso, l'intenzione è critica. Nell'altro caso, l'intenzione è apologetica.

Così, i medesimi documenti producono risultati totalmente diversi: raccontano due storie che sembrano non avere più nulla in comune. Ciò che l'autore di Processo a Papa Giovanni ha dimostrato complesso, delicato, problematico nella causa canonica di Roncalli, l'autrice di Giovanni XXIII, in una carezza la rivoluzione fa passare per semplice, naturale, edificante. Un lungo fiume tranquillo, l'elevazione agli altari di colui che «per ispirazione divina» (spiega oggi il cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini) convocò il Concilio Vaticano II? Tutt'altro. Salvo che l'apologetica cattolica sente spesso il bisogno di sgombrare il percorso della storia da qualunque pietra d'inciampo, per meglio far scorrere il miele di una visione provvidenzialistica.

In realtà, la canonizzazione di papa Roncalli è stata cosa controversa fin dall'indomani della sua morte, il 3 giugno 1963. Si era allora nel pieno del Concilio, e l'ondata di emozione per la scomparsa di Giovanni XXIII produsse tra i fedeli una domanda tanto forte quanto diffusa di riconoscimento immediato della santità del «papa buono»: con quarantadue anni di anticipo sullo slogan circolato alla morte di papa Wojtyla, il 2 aprile 2005, si voleva farlo «santo subito». Senonché la volontà popolare cozzava contro le articolate procedure che la Sede apostolica aveva messo a punto, fin dal Seicento, per governare dal centro le cause di canonizzazione. Per sottrarre la fabbrica dei santi alle spinte localistiche e incontrollabili della vox populi, affidandola al meditato scrutinio della Congregazione dei Riti e – in ultima istanza – al volere sovrano del Sommo Pontefice.

Dal 1964 al '65 un gruppo di pressione che faceva capo all'arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro, ed era giuridicamente orientato dal suo perito personale al Concilio, don Giuseppe Dossetti, cercò di convincere i padri conciliari a proclamare la santità di papa Roncalli attraverso una procedura d'eccezione. Più esattamente, attraverso una procedura caduta in disuso nell'età moderna, ma che era stata corrente nei concili medievali: il riconoscimento della santità per acclamazione assembleare. In pratica, il gruppo guidato da Lercaro e ispirato da Dossetti si adoperò perché Giovanni XXIII fosse canonizzato da quello stesso Concilio Vaticano II che tanto egli aveva fatto per indire e per orientare.

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