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Questo articolo è stato pubblicato il 27 marzo 2014 alle ore 11:35.
L'ultima modifica è del 15 ottobre 2014 alle ore 14:25.

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BERLINO – Man mano che la crisi del debito in Europa rientra si profila all’orizzonte un altro disastro economico, stavolta riguardante il prezzo dell'energia. Dall’inizio del 2000, sono più o meno raddoppiati, mentre oggi il gas costa alle imprese d'Europa due volte quello che costa ai loro concorrenti statunitensi. Le ambiziose politiche climatiche europee, che puntano ad aumentare i prezzi delle energie "cattive", stanno forse distruggendo la base industriale del continente?

A prima vista, i numeri sembrano dare ragione ai pessimisti. Ma com’è possibile che un divario di prezzo così ampio non abbia ripercussioni sulla competitività? E se i prezzi elevati dell'energia determinano un calo delle esportazioni, come mai la Germania, paese tra i più ambiziosi al mondo in quanto a politiche climatiche, ha rispetto al 2000?

In realtà, l'evidenza empirica dimostra che, in molti casi, una ulteriore riduzione delle emissioni di anidride carbonica può aiutare a rendere le imprese più competitive. Esplorare questa strada può dischiudere importanti opportunità in relazione non solo alla lotta contro il cambiamento climatico, ma anche alla solidità economica dell'Europa sul lungo periodo.

Dal 2005, anno in cui l'Unione europea ha introdotto il , l'industria tedesca si è conquistata un’ampia fetta di quote di mercato, nonostante i prezzi dell'energia siano aumentati molto più rapidamente che negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Secondo le stime dell'Ocse, la performance relativa dell'export tedesco ha registrato un incremento del 10% tra il 2005 e il 2013, mentre le esportazioni americane sono cresciute solo l'1,2% in più rispetto all'andamento dellla domanda nel resto del mondo. Nel 2013, tanto le esportazioni tedesche quanto quelle statunitensi sono leggermente diminuite in termini relativi, ma questo non è certo il segnale di un divario di competitività basato sull’energia.

Lo stesso vale, anche se a un livello più modesto, per le industrie ad alta intensità energetica, come quelle chimiche. Malgrado i prezzi dell’energia siano già elevati e in aumento, l'industria chimica europea, come il resto dell'economia, registra un ritmo di crescita più o meno costante dal 1995. Oggi, le aziende chimiche europee sono specializzate in prodotti dall'elevato valore aggiunto, che dall'Europa vengono più esportati che importati.

Il motivo è semplice: la competitività va oltre, anzi ben oltre, i costi dell'energia. Di fatto, mostrano che, per la gran parte della sua base industriale, i costi energetici rappresentano un mero 1,6% del valore aggiunto lordo. Così, anche se i prezzi dell’energia aumentano rapidamente, il costo aggiuntivo per le imprese costituisce un onere minimo.

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