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Gm torna a Wall Street con un'Ipo fino a 16 miliardi di dollari. La seconda più grande di sempre

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Questo articolo è stato pubblicato il 12 agosto 2010 alle ore 13:45.

General Motors ad un passo dal nuovo debutto a Wall Street. La casa automobilistica, secondo fonti vicino al dossier, già domani (venerdì) presenterà alla Sec, la Consob americana, il documento per l'avvio dell'iter dell'Ipo. Un' Offerta pubblica che, nelle speranze del management, potrebbe "raccogliere" tra un minimo di 12 e un massimo di16 miliardi di dollari. Si tratterebbe, secondo Bloomberg, della seconda più grande Initial pubblic offering per il mercato americano, dopo quella di Visa da 19,7 miliardi. Anche se, com è ovvio, il preciso ammontare dell'Offerta non sarà reso noto neppure nella documentazione di 500 pagine presentata alla Sec.

Accelerazione sull'Ipo
I piani per un ritorno alla quotazione a Wall Street sono noti da tempo, ma ora il gruppo di Detroit è deciso ad accelerare i tempi. Il capo della task force sull'auto della Casa Bianca, Ron Bloom, e i piani altri del gruppo di Detroit avevano detto di "aspettarsi" lo sbarco in Borsa prima della fine dell'anno. Proprio di recente però, il ceo Ed Whitacre, ha sottolineato di volere partecipare al road show per conquistarsi la fiducia degli investitori già nelle prossime settimane.

Quello stesso Whitacre che ha comunicato che lascerà la poltrona di amministratore delegato il prossimo 1 settembre, mantendo l'incarico di presidente del colosso di Detroit. Al posto di Whitacre subentrerà Dan Akerson, attuale consigliere di amministrazione di Gm e direttore generale della private equity Carlyle Group. Whitacre era stato scelto dal presidente Barack Obama per raccogliere l'eredità di Frederick Henderson, dimessosi nell'ambito della ristrutturazione seguita all'amministrazione controllata della scorsa estate.

I risultati del secondo trimestre
Inoltre ci sono due aspetti che possono invogliare a spingere sull'acceleratore. Il primo? I risultati di bilancio pubblicati oggi. La casa automobilistica ha riportato, nel secondo trimestre 2010, un utile netto di 1,33 miliardi ( 865 milioni tra gennaio e marzo scorsi): si tratta del miglior risultato dal 2004. Il fatturato, dal canto suo, è cresciuto del 5,3 per cento, a 33,2 miliardi di dollari. Con questi numeri, peraltro, si è completato un quadro in cui tutte le case automobilistiche Usa hanno migliorato i propri bilanci: sempre nel secondo trimestre Chrysler, controllata da Fiat, ha ridotto le perdite a 172 milioni di dollari, e conta di siglare l'anno in utile; Ford ha, invece, raggiunto un utile da 2,6 miliardi tra aprile e giugno

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Tags Correlati: Barack Obama | Consob | Dan Akerson | Dati di bilancio | Ed Whitacre | Fiat | Frederick Henderson | General Motors | General Motors | Ipo | Ministero del Tesoro | Ron Bloom | Stati Uniti d'America | Task Force | Wall Street | Yes

 

Le elezioni del mid-term
Tornando a Gm, c'è da rilevare il secondo aspetto che di fatto spinge verso l'Ipo: l'avvicinarsi delle elezioni del mid-term che, stante il calo di consensi del presidente Barack Obama, potrebbero consigliare un'accelerazione verso la quotazione. Gm è attualmente controllata per il 61% dal governo americano che, nel momento peggiore della crisi, la salvò grazie ad un'iniezione di circa 50 miliardi di dollari. Tutti denari del contribuente americano. È logico pensare che, subite mille critiche a causa dell'operazione, il presidente Obama, visti anche i primi risultati sul fronte Fiat-Chrysler, voglia monetizzare sia economicamente sia politicamente la sua strategia.

Economicamente, perché il ministero del Tesoro potrà cedere le azioni in suo possesso (alla stregua degli altri azioni, cioè il governo canadese, la provincia dell'Ontario, e il fondo dei sidacatio dell'auto, la Uawu) e rientrare così in gran parte dell'investimento realizzato. Politicamente, perché l'azzardo del bailout, se potrà essere ripagato o addirittura concludersi con una plusvalenza, mostrerà la correttezza di un'operazione che ha ridato fiato al settore delle quattro ruore made in Usa. Un buon risultato da spendersi davanti agli elettori che vogliono sentirsi dire, di nuovo, «Yes, we can»

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