Storia dell'articolo
Chiudi
Questo articolo è stato pubblicato il 12 maggio 2010 alle ore 08:54.
L'ultima modifica è del 13 maggio 2010 alle ore 18:58.
Nelle dimissioni di Gordon Brown - a cui ha fatto seguito l'incarico a David Cameron - si coglie qualcosa di più di un atto di nobiltà solitaria, per quanto indotto dalla pesante sconfitta elettorale.
C'è anche un segnale di fiducia nella solidità del partito laburista e nella sua capacità di sopravvivere in sostanziale equilibrio alla vittoria dei Tories, così come una scommessa sulla vitalità della politica britannica dopo l'ondata di antipolitica e un'elezione che ha incrinato il bipolarismo di Westminster. Con l'uscita da Downing Street, Gordon Brown conclude più che onorevolmente una carriera spettacolare e sfortunata, che fin da ragazzo lo ha visto prepararsi a quel ruolo di leader laburista che gli sarebbe poi stato scippato con enorme successo da Tony Blair. Salvo tornare nelle sue disponibilità troppo tardi, nel giugno 2007, quando la proverbiale lucidità del suo mandato da ministro dell'Economia si era appannata e quando le stesse sorti del Labour al governo erano ormai declinanti.
La definitiva uscita di scena della coppia Blair-Brown, che ha segnato la storia della sinistra britannica nell'ultimo ventennio, non è comunque destinata ad aprire una crisi al buio dentro il Labour. Perché la particolarità di questa lunga stagione di governo laburista è anche nell'aver fatto crescere dentro il partito una generazione formata non solo da "giovani promesse" ma da politici anagraficamente giovani, che già da molti anni sono alle prese con responsabilità di primissimo piano.
Non soltanto gli ormai celebri fratelli Ed e David Miliband, ma anche l'ex ministro del Lavoro James Purnell, il ministro della Sanità Andrew Burnham o il viceministro dell'economia Liam Byrne e altri ancora. Tutti quarantenni che hanno percorso i primi passi della loro carriera nella seconda metà degli anni 90, prima riempiendo di contenuti il cantiere d'innovazione riformista del New Labour blairiano e poi cimentandosi direttamente con il mestiere del governo.
Non si tratta di storie miracolose di enfants prodiges catapultati dal nulla a ruoli di responsabilità nazionale, ma del prodotto naturale di un partito che non ha mai smesso di funzionare come un'organizzazione nella quale le doti per emergere erano e rimangono il merito personale, la raccolta del consenso e la capacità di applicare l'immaginazione alle migliori soluzioni politiche. Come accade in ogni partito democratico che si rispetti e come d'altra parte è accaduto anche nel Partito conservatore, dove la storia di David Cameron è quella di chi già nei primi anni 90 era attivo nello staff di John Major e ha poi percorso tutte le tappe di un cursus honorum classicamente politico che lo ha condotto dove si trova ora.







