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La porta blindata del preside nella scuola vandalizzata

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Questo articolo è stato pubblicato il 23 maggio 2010 alle ore 08:11.

PALERMO - Ennesima parata, nuovi raid mafiosi: Palermo mostra il doppio volto il giorno in cui si ferma per ricordare la strage di Capaci, avvenuta 18 anni fa, in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta.

A pochi chilometri dalle stele che ricorda la strage, dove i politici deporranno corone e i familiari si stringeranno nel ricordo, c'è il quartiere Zen che ospita la scuola Giovanni Falcone. In origine Zen significava Zona di espansione nord. Oggi la manovalanza mafiosa imberbe, nei temi scolastici, l'ha ribattezzata Zona di eroina nascosta.

In quella scuola di cui il Comune non conosce neppure strada e numero civico – incredibile ma vero, è riuscito a darle una via errata e un numero già assegnato – sul busto in gesso di Falcone all'ingresso, fino a pochi giorni fa, la baby manovalanza che continua ad alimentare il polmone di Cosa nostra per i traffici militari, attaccava chewing gum e scriveva insulti. Il preside Domenico Di Fatta, straordinario docente, giù a pulire per ridare dignità a chi per il mondo rappresenta il volto migliore dell'Italia ma qui è solo un sbirro.

Lo Zen deve restare anonimo e invisibile, per i palermitani e per le Forze dell'Ordine che se solo entrassero un giorno qualunque troverebbero un branco di piranha operosi smontare in pochi minuti le auto rubate. Ciò che resta brucia sul viale che conduce alla scuola. La caserma dei carabinieri è pronta ma anche quella viene occupata e vandalizzata e dei 23 carabinieri attesi, per il momento, neppure l'ombra.

Ogni giorno che Dio manda in terra questa scuola subisce un atto vandalico: anche i picciotti sanno che, come diceva Gesualdo Bufalino, la mafia si sconfiggerà con un esercito di insegnanti. La bruciano, saccheggiano le attrezzature, portano via libri e registri, distruggono telecamere e strappano la bandiera italiana.

Dopo l'ultimo fuoco che si è portato via la palestra, il preside, che vive dietro una porta blindata e una cancellata come in carcere, ha trovato un biglietto anonimo: andatevene. E Di Fatta, più duro della pietra del Monte Pellegrino, giù a organizzare nell'aula bunker di Palermo con il magistrato Vittorio Teresi, un altro che non si arrende mai, un processo simulato in cui i suoi ragazzi interpretavano il giudice, il pm, l'avvocato e via di questo passo. «Ripeteremo quell'esperienza», anticipa Teresi.

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Tags Correlati: Città e comuni | Confindustria | Cosa Nostra | Domenico Di Fatta | Don Luigi Ciotti | Gesualdo Bufalino | Giovanni Falcone | Italia | Matteo Messina Denaro | Vittorio Teresi |

 

Ma lo Zen è ancora la riserva di caccia per spaccio, rifugio dei latitanti e manovalanza? Di Fatta risponde con un racconto drammatico. «Una bambina di 13 anni – dice – è incinta e da allora il suo ragazzo di 17 ne è diventato proprietario. Non si vedono più i genitori e lui ha dato ordine di non farle sedere nessun maschio accanto. Ogni giorno scavalca il recinto, entra in classe e controlla». Già, questa è la cultura mafiosa della manovalanza di fronte alla quale Palermo si gira dall'altra parte. Soprattutto quella "Palermo bene" spesso brodo di coltura per l'altra faccia della cultura mafiosa, quella dei raffinati colletti bianchi che viaggiano per il mondo, si specializzano oltrefrontiera e parlano più lingue.

I successi contro l'ala militare e stragista di Cosa Nostra sono indubbi, l'ultimo latitante è Matteo Messina Denaro, ma come ripetono i magistrati antimafia il potere rigenerativo delle cosche è eterno. Mai come quest'anno la scuola Falcone è il simbolo di una resistenza che non vede molti altri protagonisti. I magistrati sono impauriti dalle ipotesi di riforme, gli avvocati spaventati dopo continue intimidazioni e un omicidio di fronte al palazzo di giustizia. Perfino i ragazzi di "Addio pizzo" credevano di tirarsi appresso un esercito e invece defezioni e vergogne interne ne minano il cammino. Confindustria fa tantissimo ma la Chiesa «deve fare molto di più», afferma Don Luigi Ciotti, che qui fa continuamente tappa per risollevare le truppe stanche del volontariato e del mondo associazionistico.
I due volti di Palermo oggi non si incontreranno a Capaci. O forse sì.

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