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Questo articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2010 alle ore 08:01.
La class action pubblica fa un passo avanti. È infatti previsto per questa settimana il varo delle linee guida Civit – commissione per la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle pubbliche amministrazioni – per la definizione degli standard qualitativi degli uffici pubblici. La delibera definitiva, annuncia Antonio Martone, presidente della commissione, sarà approvata nella seduta di domani (o di giovedì al massimo).
Il nodo ancora da sciogliere riguarda gli enti locali: l'obbligo di adottare gli standard scadrà anche per questi a fine 2010, oppure comuni, province e regioni avranno più tempo a disposizione? «Il problema principale – spiega Martone – è che per il Dlgs 150/2009 è prevista una diversa entrata in vigore: immediata, a livello nazionale, e differita per gli enti locali, anche per il rispetto della loro autonomia». Per disciplinare la materia, aggiunge il presidente di Civit, «è necessario il confronto con l'Anci, con l'Upi e con la conferenza Stato-Regioni». Con l'Anci è già stato siglato un protocollo; d'altra parte, ammette Martone, «non possiamo certo imporre una serie di obblighi uguali a tutti gli oltre 8mila comuni italiani, un conto è Milano o Roma, un conto è un municipio con due dipendenti». Discorso un po' diverso per le regioni, dove la recente tornata elettorale ha imposto alla commissione di rimandare gli incontri in attesa dell'assestamento delle amministrazioni appena insediate.
Comunque sia, la questione dell'efficacia delle nuove norme non è di poco conto, posto che solo dopo l'adozione dei parametri sarà possibile, per il cittadino, proporre una class action. Le linee guida Civit, vale la pena ricordare, sono solo un atto prodromico che contiene le indicazioni di massima cui i singoli uffici devono attenersi per varare i propri standard qualitativi ed economici, dalla cui violazione scaturisce il diritto attribuito agli utenti di ottenere la particolare forma di soddisfazione derivante dall'azione collettiva pubblica. Che, a differenza di quella civile, non porta nulla nelle tasche dei proponenti, ma solo il ripristino della funzione o la corretta erogazione di un servizio.







