Storia dell'articolo
Chiudi
Questo articolo è stato pubblicato il 29 luglio 2010 alle ore 08:00.
MILANO
Dopo le polemiche e le dimissioni, dopo tre udienze e due ore di camera di Consiglio, per Aldo Brancher è arrivata la sentenza di primo grado in quel processo che gli è già costato la poltrona da ministro. Ed è una condanna.
Due anni di reclusione e 4mila euro di multa: questo il verdetto pronunciato dal giudice della quinta sezione penale, Anna Maria Gatto, per l'ex ministro, imputato per appropriazione indebita e ricettazione, in un'inchiesta costola della tentata scalata di Bpi su AntonVeneta. Una condanna – al netto della riduzione di un terzo della pena, prevista dal rito abbreviato – che accoglie quasi del tutto le richieste del pm, Eugenio Fusco, il cui conto era più salato di duemila euro. La difesa invece aveva chiesto l'assoluzione e ora confida in un ribaltamento in appello, perché «l'ex ministro vuole uscire pulito», riportano i suoi difensori, Pier Maria Corso e Filippo Dinacci.
La condanna del Tribunale significa al momento che per i giudici erano «frutto di reato» quei soldi arrivati sui conti di Brancher e della compagna attraverso operazioni finanziarie della banca, o quelli ancora da lui ricevuti in contanti, in busta chiusa, negli uffici della Bpi. In totale, circa 600mila euro. L'ex ministro è stato invece assolto, per altri due episodi di presunte buste con contanti – una al ministero del Welfare, l'altra in un autogrill nel milanese – contestatigli alla chiusura delle indagini. Se nell'ultima udienza, proprio dal Tribunale, Brancher aveva annunciato le dimissioni da titolare del decentramento, sull'onda delle polemiche sollevate dall'intenzione di avvalersi del legittimo impedimento, ieri non era in aula, per «non creare ulteriore scompiglio mediatico e danneggiare la mia famiglia», ha spiegato in una lettera alla Corte.
«Non ho il rimorso di non aver chiesto all'imputato di dare la sua versione dei fatti», si è infervorato nella requisitoria il pm, ricordando come l'ex ministro «fosse stato convocato già durante le indagini preliminari» e poi, alla chiusura, «se gli altri indagati (come Roberto Calderoli, la cui posizione è stata archiviata) si erano fatti sentire, lui no». Per Fusco, le cifre contestate al politico, a lungo anello di congiunzione tra Lega e Forza Italia, erano «così rilevanti, da non poter provenire dal portafoglio personale di Fiorani, ma necessariamente dalla banca». E d'altra parte, l'ex amministratore delegato della Bpi, «per il suo ruolo nella banca», ricostruisce il pm, poteva «procurarsi facilmente delle provviste». Soldi che servivano da una parte – secondo l'accusa – per far fronte a perdite societarie, dall'altra finanziare «un partito di sostenitori in Parlamento dell'allora governatore di Bankitalia, Antonio Fazio». Soldi che uscivano dalla banca ed erano «smistati tra i clienti particolari», con una frequenza tale che «sembrava di stare alla stazione di Bologna», è il paragone del pm. Un'immagine suggerita dai «numerosi ricorsi alle partite viaggianti», strumento finanziario che serve a dare una destinazione temporanea ad una determinata somma di denaro.