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«Assalam, come si arriva in Italia?»

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Questo articolo è stato pubblicato il 15 agosto 2010 alle ore 08:01.

«Riuscirò a scappare, basta che vado in stazione. Dov'è la stazione?». «Mi dispiace non hai altra scelta, non c'è la stazione qui, sei in una piccolissima isola. Per arrivare alla terra ferma ci vogliono almeno 6 ore di nave».

È il primo scambio di parole tra me e il nuovo arrivato, il nuovo clandestino appena sbarcato nell'isola di Linosa, ormai nuova meta degli sbarchi ai tempi del "pacchetto sicurezza". È una delle nuove isole preferite dagli scafisti: è senza controlli, una volta lasciati questi disperati in mare al loro destino il ritorno è garantito senza tanti problemi con le forze dell'ordine, così come è assicurato l'incasso. Quanto a loro, ai disperati, nessuno spiega loro che l'isola, in realtà, è solo una roccia a cui aggrapparsi con le unghie e i denti. Da lasciare al più presto.

E non da soli. Direzione centri di accoglienza. Per sei mesi: non c'è alternativa. È talmente piccola l'ultima "isola della speranza" che ai suoi abitanti, circa 400, certo non passa inosservato un volto nuovo.

Ma il nuovo arrivato non lo sa, e sta scappando disperatamente tra le rocce da quand'è sbarcato, nella notte, dopo un viaggio durato 3 giorni con altri 41. Non sa che, in realtà, non sta andando lontano, non sta proseguendo il suo viaggio per l'Italia, per l'Europa, per esaudire i suoi sogni, che gli hanno fatto rischiare la vita in mare. Ma sta girando solo intorno a questa roccia vulcanica, così nera, così dura e selvaggia, come pare essere la sua vita lasciata dietro al mare. Cerca di confondersi tra le piantagioni di capperi e fichi d'India. Pensa che nessuno lo veda, ma in realtà i linosani la sua presenza l'hanno già notata.
Lo incontro all'alba per la strada, e per caso. Io qui sono la turista. I nostri sguardi s'incrociano, e si riconoscono. È un ragazzo maghrebino. Sono in macchina con un autista linosano ed altri amici. Gli chiedo di fermarsi, perché quello sguardo era così smarrito e disperato che era difficile non capirlo.

«È uno dei quaranta clandestini sbarcati sta notte – mi dice l'autista- fammi chiamare i carabinieri, tanto non ci possiamo fare niente». E aggiunge una battuta: «Si era 'na tunisina ma'a purtava a casa, ma cu un tunisinu chi ci fazzu?».

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Ma non c'è copertura, non riesce a chiamare.
Al ritorno, il nuovo arrivato non c'è più lungo la strada. Ci fermiamo sullo stesso punto. Mi affaccio sul ciglio, vorrei parlargli. Più in la c'è il proprietario del terreno che lavora la sua terra. Lo vede ma fa finta di niente. È nascosto, coricato tra i fichi d'india, vestiti sparsi qua e là, sono degli altri sbarcati. All'inizio, silenzio. Poi «Assalam», «Assalam Ukhti».

Tremava come una foglia il nuovo arrivato, il nuovo clandestino. Il primo saluto in arabo e il volto familiare un po' lo rassicurano, in parte lo disorientano. Non capisce, non sa se fidarsi o scappare.

«Di dove sei? Sei marocchino?».
«Sì», mi dice, ma dopo qualche parola il suo accento tunisino lo tradisce. Ecco la paura, la sfiducia. È giovanissimo, mi dice che ha 19 anni ma è talmente deperito che sembra averne 16.
Intanto questa volta la chiamata ai carabinieri dell'autista è partita. Ci scambiamo ancora qualche parola.
«Hai qualcosa da mangiare? Hai acqua? Sono cinque giorni che non tocco cibo. Ci hanno lasciato questa notte in mare, abbiamo nuotato molto prima di arrivare alla costa. Grazie a Dio mi sono portato il salvagente se no, non so se ce l'avrei fatta. Non avevo più forze. Ora devo riuscire a scappare. Ho pagato 4mila euro per questo viaggio e un mese di attesa in Libia».
«In Tunisia – è ancora il suo racconto – facevo l'artigiano, mosaici. Ma non basta, siamo troppo poveri. qui senz'altro troverò lavoro e andrà tutto bene».
Tira subito fuori dalla tasca dei pantaloni – che continua a tirarsi su, perché ormai sono diventati per lui una misura extra large – un bigliettino accartocciato, e protetto nello scotch. È per non rischiare che si bagni durante traversata. È l'unica sua salvezza perché quel bigliettino, così protetto e gelosamente custodito, rappresenta l'unica sua rete in Europa: tre numeri di telefono, tre compaesani del suo villaggio in Tunisia, uno in Svizzera, uno in Francia e uno in Italia.
«Vorrei raggiungerli, quant'è lontana la stazione?» mi ripete.
«Mi dispiace, ma non c'è nessuna stazione qui, è una piccolissima isola, molto lontana dalla terra ferma». È l'unica risposta possibile e lo lascia ancora più smarrito e incredulo. Non sa cosa fare, non sa se credermi o meno, non sa se scappare o fidarsi delle mie parole in arabo, che un po' lo rassicurano. Ma intanto arrivano i carabinieri.
Cerco di tranquillizzarlo. «Almeno lì avrai da mangiare, per adesso non c'è altra scelta». Non c'è via di scampo dall'isola di Linosa, troppo piccola e lontana dalla terra ferma per sperare.
«È tutta la notte che cerchiamo di raccoglierli uno ad uno - mi dice uno dei carabinieri - per portarli nella scuola».
«Io comunque parlo arabo, se avete bisogno posso darvi una mano». Li seguo fino alla "scuola" nel piccolo centro di quest'isola: è, in realtà, una sistemazione di fortuna, per un'isola ormai presa d'assalto, c'è poco personale, nessun mediatore culturale. I 42 clandestini, sono tutti giovani e ben vestiti, forse anche un modo per potersi mimetizzare bene coi i turisti. Dormono quasi tutti, sdraiati sul pavimento. Appena mi affaccio sento un fetore insopportabile. Ma in fondo alla grande palestra della scuola insieme a tutti gli altri, c'è il clandestino del mio primo incontro sull'isola, la mattina. Mi saluta con un timido sorriso. Sono l'unica che conosce per adesso. Mi fa segno che vuole mangiare. Si avvicina piano piano. Vedo una busta appena portata da un signore con del latte e delle merendine. Chiedo al vigile presente se posso darne una al ragazzo. Mi dice di sì. La prende al volo e si allontana.
«La maggior parte di questi qui, entreranno nelle reti della delinquenza, il 90% sono delinquenti», mi dice il vigile. «Ma non credo che tutta questa gente che scappa dalla miseria rischiando la propria vita, voglia poi fare il delinquente come mestiere», gli replico. «No no mi creda questi saranno tutti dei delinquenti», dice quasi come un indottrinato.
Nel frattempo si avvicina al sacchetto un altro nuovo clandestino, prende una busta di latte e una merendina.
«Ma che stai facendo? – gli grida sempre il vigile – devi chiedere il permesso, hai capito? Non puoi mica prendere e andare, non sei mica a casa tua, sai? Questa non è casa tua, hai capito?».
È ora di andare, ma prima di salutare, il clandestino incontrato per primo mi detta un numero di telefono in fretta. «Pronto signora, suo figlio mi ha dato questo numero, la voglio tranquillizzare, suo figlio sta bene, la saluta, e le dice di non stare in pensiero per lui».
«Grazie figliola che dio ti protegga».

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