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Il futuro del vino brinda all'Asia

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Questo articolo è stato pubblicato il 11 ottobre 2010 alle ore 08:01.


Chissà cosa avrebbe risposto Bartolo Mascarello, famoso produttore di Barolo, se qualcuno gli avesse chiesto del suo posizionamento, di come conquistare il mercato cinese o di altre questioni di marketing che avrebbe probabilmente giudicato troppo "economicistiche" e anche un po' fumose. In risposta, l'ultimo dei mohicani – come si definiva – avrebbe forse citato Johann Wolgang Göthe: «Una ragazza e un bicchiere di vino curano ogni bisogno: e chi non beve e chi non bacia è peggio che morto».
Vigneron di razza, polemista e artista (celebri le sue etichette), Mascarello è scomparso nel 2005. Ha quindi fatto in tempo a vedere i grandi mutamenti del mercato del vino, ma negli ultimi anni la globalizzazione ha rivoltato come un guanto lo scenario competitivo. Non più vini italiani contro resto d'Europa, ma sempre più vini d'Europa contro resto del mondo. Al punto che le decine di migliaia di operatori del Vecchio continente non possono più evitare di porsi le domande di cui sopra.
La ricetta del successo
Ma se le cogenze sono chiare, lo è meno la ricetta del successo. Seguendo un trend di lungo corso, il consumo italiano continua a ridursi: dai 45 litri procapite del 2007 ai 43 del 2009. E si prevede di scendere sotto i 40 litri nel 2015. Negli anni 70 arrivava a 120 litri. Con numeri diversi, avviene lo stesso in molti altri paesi. Il fenomeno ha una doppia chiave di lettura. Presenta aspetti positivi dal punto di vista sociale, ma resta il fatto che i mercati interni stanno evaporando come neve al sole. Dire che occorre riposizionarsi su prodotti di alta qualità rischia di essere poco più di una formula vuota. Anche perché – nonostante gli incentivi Ue allo sradicamento dei vigneti, un livello produttivo stazionario e un costante miglioramento qualitativo – sempre più spesso il vino resta in cantina. Invenduto.
L'industria mondiale ha prodotto nel 2009 circa 268 milioni di ettolitri di vino, per un controvalore di oltre 40 miliardi di euro. Il calcolo è del Servizio Research di Banca Monte dei Paschi di Siena su dati dell'Organization Internationale de la vigne et du vin. Quasi il 60% di questo fiume di vino (161 milioni di ettolitri) proviene dalla Ue. Al suo interno è l'Italia il primo produttore, con 47 milioni di ettolitri (+2,2% rispetto al 2008), e il secondo esportatore (con il 18% del commercio mondiale).

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A fronte di questo volume d'offerta, la domanda mondiale evidenzia una stasi preoccupante. Secondo l'ultima nota congiunturale Oiv, nel 2009 sono stati bevuti 236,6 milioni di ettolitri di vino (-2,8% sul 2008, anno già in calo rispetto al 2007). «In due anni – spiega l'Oiv – il settore ha subito un calo di circa 10 milioni di ettolitri nel consumo mondiale di vino, verosimilmente legato alla generale crisi economica».
Non è dunque difficile capire perché il dossier del vino sia da tempo sul tavolo delle istituzioni e riscuota grande attenzione. La sua rilevanza è evidente: solo in Italia il settore impiega 1,2 milioni di persone, di cui 200mila stagionali, e negli ultimi dieci anni gli addetti sono aumentati del 50 per cento. Se, come affermano quasi tutti gli esperti del settore, la via obbligata per sopravvivere è l'export – soprattutto verso i mercati emergenti del Bric, in cui la domanda di vino è in netta crescita – restano alcuni punti non secondari da chiarire.
Consumo mondiale in contrazione e allargamento della platea di Paesi produttori comportano inevitabilmente una spaventosa pressione competitiva, specie verso le destinazioni ancora non sature. La qualità del prodotto è una buona arma, ma richiede investimenti che impattano con forza sui margini, poichè in queste condizioni di mercato non è opportuno agire sulla leva del prezzo.
Nonostante il quadro difficile, però, c'è anche qualche aspetto positivo. Nei primi mesi del 2010, tra i mercati in fase di sviluppo spicca la Cina, con una crescita in valore del 70 per cento. Naturalmente va considerato che il punto di partenza è modesto, ma «In Asia – spiegano gli analisti di Banca Mps – il consumo di vino sta crescendo a una velocità quattro volte superiore a quella media mondiale: tra il 2009 e il 2013 il consumo è previsto in crescita del 25%».
L'indice di eccellenza
Un altro segno di vitalità del settore è rappresentato dall'andamento del "Liv-ex 100 Fine Wine" (London International Vintage Exchange), indice che riflette l'andamento dei prezzi di 100 vini pregiati (la maggior parte Bordeaux). Negli ultimi cinque anni questo benchmark è cresciuto del 190%, a conferma della vitalità del segmento di prestigio.
Infine, gli operatori italiani stanno mostrando una notevole resilienza. «Nei primi mesi del 2010 – concludono i ricercatori di Banca Mps – si è verificata una crescita dell'export del vino made in Italy superiore all'8% quanto a volume e valore. Ciò deriva dalla spinta dei paesi terzi (+16,4%), mentre il recupero nella Ue è stato più contenuto (+2,4%)». A conferma del fatto che i vigneron italiani sono in partita, ma che la sfida si gioca sempre più lontano e non si vince senza fare sistema.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

www.oiv.org
Organization internationale
de la vigne et du vin

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