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Le notti violente di Grobari, Becchini ed Eroi

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Questo articolo è stato pubblicato il 14 ottobre 2010 alle ore 08:04.

BELGRADO - Se il calcio è diventato per certi versi lo specchio della società, a Belgrado c'è sicuramente più di un problema. «I poliziotti italiani sono dei nanetti rispetto ai nostri, se a Genova c'erano davvero i duri della Stella Rossa finivano tutti al tappeto», commenta Zoran appoggiato al bancone del Mozart, una delle agenzie di scommesse dove si trovano i Grobari, i Becchini, gli hooligan della Stella Rossa.

Sul giubbotto di Zoran è stampata l'aquila bianca bicefala dello stemma nazionalista e monarchico mentre al braccio si è fatto tatuare le quattro "C" dell'alfabeto cirillico con la croce ortodossa, l'acronimo di "Samo Sloga Srbina Spasava", uno slogan tra i più famigerati dei Balcani: "Solo l'unità salva i serbi", lo usavano i monarchici cetnici e poi passò alle milizie dei paramilitari protagonisti dei massacri etnici. Intorno a Zoran c'è un gruppo di grobari assorbiti a discutere le quote delle partite di calcio e di un torneo di tennis in Cina. Sbruffoni, perdigiorno, ben piantati e senza collo come i camorristi di Gomorra, come Ivan Bogdanov, il capopolo di Marassi.

Non lontano dal Mozart, il 29 settembre dell'anno scorso, furono attaccati in un bar dei supporter del Tolosa: i tifosi del Partizan, i Delije, gli Eroi, massacrarono a colpi di mazza da baseball il francese Brice Taton, 29 anni. Era una sorta di rito di iniziazione: «Gli hooligan più giovani – spiega Misha, habitué dell'Atlantis – devono dimostrare di meritarsi l'ingresso nel club dei tifosi e superare una prova del fuoco per accedere ai privilegi del gruppo». La risposta fu immediata: vennero arrestate una decina di persone condannate a pene oltre i trent'anni e individuato pure il mandante, un narcotrafficante fuggito all'estero. Vennero chiusi diversi club di Partizan, Stella Rossa e del Rad, squadra minore che si distingue per una tifoseria neonazista, forse la più violenta di tutte.

«Metà dei club sono associazioni criminali e dovrebbero essere fuorilegge», disse allora il ministro degli Interni e vice premier Ivica Dacic, che ieri ha criticato aspramente la polizia italiana senza spiegare che a Belgrado gli hooligans sono una questione di stato, non solo di ordine pubblico.

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Tags Correlati: Boris Tadic | Darko Sazic | Hillary Clinton | Ivan Bogdanov | Ivica Dacic | Milorad Veljovic | Mozart | Nashi | Nato | Partizan | Penisola Balcanica | Tolosa | Vladimir Putin

 

I simboli del calcio e le bandiere delle squadre nei Balcani sono maschere che nascondono molte realtà. Al Mozart e all'Atlantis ci sono i Becchini e gli Eroi che hanno già fatto un po' di carriera e abbastanza soldi per comprare auto veloci, vestiti firmati e spendere la notte nei locali sulla Sava o sul Danubio, gli splav, dove le bellezze di Belgrado come Ceca, la vedova di Arkan, il capo dei Delije e fondatore delle Tigri, si scatenano al ritmo del turbofolk, la colonna sonora degli anni Novanta. Gruppi di tifosi diventano bande criminali che si occupano dello spaccio e dei racket: i grobari come Zoran commerciano droga, i delije amano circolare in gruppo, darsi arie da gangster e non pagare il conto.

L'altra maschera, insieme a quella malavitosa, è politica: le tifoserie sono imbevute di retorica nazionalista. Becchini ed Eroi sono seguaci di movimenti politici come Obraz, il Volto, il Movimento 1389, anno della storica sconfitta in Kosovo dei serbi al Campo dei Merli, oppure Nashi, gruppo giovanile filo-russo, i cui aderenti circolano con la foto di Vladimir Putin sulle magliette, considerato il difensore del mondo slavo. Si oppongono all'indipendenza del Kosovo e soprattutto all'avvicinamento del governo e del presidente Boris Tadic all'Occidente: per loro la Nato e l'Unione europea, colpevoli con gli Stati Uniti di avere bombardato Belgrado nel '99 e sostenuto gli albanesi, sono i veri nemici del popolo serbo. In queste ore stanno raggiungendo il loro obiettivo: hanno oscurato sulle prime pagine la visita di Hillary Clinton in Serbia e il Parlamento olandese ieri si è pronunciato contro la candidatura di Belgrado all'ingresso nell'Unione.

«Questi sono i gruppi che hanno messo a ferro e fuoco Belgrado per il Gay Pride domenica scorsa attuando una tattica ben studiata – spiega Milorad Veljovic, direttore della polizia –. Erano circa seimila, il 60% arrivava da fuori città, si sono organizzati a gruppi di 50-100 persone in costante comunicazione e che agivano in maniera sincronizzata. Invece di attaccare la manifestazione del Gay Pride, che costituiva soltanto un pretesto, hanno distolto l'attenzione delle forze dell'ordine contro dei "soft target", dei diversivi, per poi colpire da un'altra parte». È così che hanno bruciato la sede del partito del presidente Boris Tadic e messo sotto assedio la tv di stato.

Non è bastato arrestare prima degli scontri il leader di Obraz e degli hooligan, Mladen Obradovic. «Lui è solo un comandante sul campo» dice Veljovic, lasciando intendere che i veri capi e i finanziatori sono altri: da criminali come Darko Sazic, un narcos latitante che cerca vendetta e destabilizzazione mafiosa, a settori estremisti del clero, alla destra ultranazionalista che sogna la rivincita contro i democratici. Sono queste le maschere e i volti dei massacri balcanici, la zavorra ereditata dagli anni di Milosevic, il passato che non passa.

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