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Questo articolo è stato pubblicato il 06 gennaio 2011 alle ore 18:52.
È arrabbiato Ignazio La Russa, giunto questa mattina nella valle del Gulistan (Afghanistan occidentale), e non lo nasconde. Sospetta il ministro della Difesa che nella ricostruzione dello scontro a fuoco che ha provocato la morte di Matteo Miotto le informazione da parte dei militari siano giunte tardive e incomplete e sospetta che questo sia avvenuto per la necessità di raccontare una verità senza creare allarme, per una verità indolore.
«È stata fotografata la fase finale e cioè che un cecchino ha ucciso Matteo Miotto che si trovava sulla garitta - spiega dopo la visita alla base italiana avanzata in Gulistan -. È tutto vero, ma non era stata fornita neanche a me la parte di notizia, che non era difficile da fornire per la verità, e cioè che questo evento, esattamente descritto e comunicato, si inseriva nell'ambito di uno scambio di colpi durato diversi minuti. Poi magari ha sparato effettivamente un solo cecchino, ma certamente c'era la presenza con armi leggere, e quindi con gittata minore, di altre persone che sono state poi intercettate poco dopo dall'aereo americano intervenuto che li ha visti: erano 5, 6, 8 non è chiaro, certo più di quattro».
«L'ipotesi prevalente è che abbia sparato una sola persona con il fucile di precisione, da un chilometro, un chilometro e mezzo, ma è possibile che sia stato accompagnato da quelli con le armi leggere. Non è certo. Di sicuro c'è stato uno scambio di colpi durato diversi minuti, al quale gli italiani e lo stesso Miotto hanno preso parte, reagendo con prontezza. Questa parte della notizia non è stata ritenuta nelle prime ore importante da comunicare a me e a voi. Mi sono arrabbiato con i militari che non me l'hanno detto e quando, il 4 pomeriggio, mi è stata comunicata anche la parte che c'era stato un conflitto a fuoco, prima di rendere noto il tutto ho voluto aspettare ieri, il 5, per parlare personalmente con il generale Bellacicco, il comandante del contingente».
La Russa rileva di avere un'idea del perché la notizia non è stata data subito completa: «è il riflesso di un vecchio metodo - dice -, di cercare di indorare la pillola della realtà dei fatti, di dire la verità ma nel modo più indolore possibile. Questo non appartiene al mio modo di comunicare le notizie, tanto è vero che quando l'ho saputo l'ho reso noto. Bisogna voltare pagina rispetto a un passato che io, senza polemica, faccio risalire ai passati governi, forse perfino al primo governo Berlusconi, sicuramente al Governo Prodi, per motivi obiettivi che capisco, di dare sempre la notizia, vera, con la preoccupazione di non allarmare. Io, invece, proprio per il rispetto del lavoro dei militari, ho sempre voluto fotografare la realtà esattamente com'è».







