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Intervista a Marcegaglia: vince la nostra strategia, ora Fiat ha le condizioni per investire

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Questo articolo è stato pubblicato il 16 gennaio 2011 alle ore 08:12.

Contenta per la vittoria dei sì: «Ora l'azienda ha tutte le condizioni per dare seguito all'investimento su Mirafiori». Emma Marcegaglia ha seguito con grande interesse l'esito del referendum. Ed ora, ad urne appena chiuse, già guarda avanti, proprio riflettendo sulla vicenda Fiat: servono relazioni industriali più moderne. Più adeguate ai tempi rapidi della globalizzazione, alle esigenze delle imprese di essere più produttive, più competitive, più flessibili.

Una strada che, sottolinea la presidente di Confindustria, ha voluto imboccare subito, appena arrivata al vertice della confederazione. Firmando, già all'inizio del 2009, una riforma della contrattazione. Senza la Cgil, sollecitata fino all'ultimo momento a dare il suo via libera. «Per più di dieci anni si è rimasti immobili, aspettando la Cgil».

Il sì di Mirafiori, per lei, è una doppia soddisfazione: «È la conferma di tre anni di linea di Confindustria. Se Cisl e Uil hanno firmato l'accordo il 23 dicembre, è stato anche grazie al contributo dato dal nostro atteggiamento: si decide con chi ci sta, a maggioranza, senza aspettare chi non vuole la modernizzazione».

Ora alza l'asticella della sfida: «Mirafiori è certamente una svolta importante. Noi come Confindustria dobbiamo andare avanti, dare risposte a tutto il sistema produttivo, che è complesso e variegato». Occorrono quindi «regole su misura per settori e aziende. Non il Far West: alcuni principi condivisi dove ognuno può trovare la sua soluzione, mantenendo obiettivi comuni come una maggiore efficienza, produttività, riduzione di assenteismo».

Una Confindustria che si riforma e si presenta diversa di fronte ai suoi interlucutori?
Il processo è già avviato. Si tratta di intensificarlo. È un argomento che abbiamo discusso nel comitato di presidenza dei giorni scorsi: al più presto, al massimo entro la primavera, prepareremo una proposta su come far stare dentro la confederazione mondi diversi. La presenteremo ai sindacati, perchè sarà la base dei futuri contratti.

C'è sintonia con Sergio Marchionne, che ha sollecitato, in Italia, un nuovo modo di lavorare. È una risposta alle imprese e anche a chi, in questi giorni, ha contrapposto una Confindustria conservatrice ad una Fiat innovatrice?

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Ho ascoltato e letto molte sciocchezze. Ripeto: già l'accordo del 2009 prevedeva la possibilità di deroghe, aumentando la flessibilità. Ma bisogna andare oltre, e rapidamente. Prendendo atto delle diverse realtà: gli alimentaristi, per esempio, hanno voluto un contratto nazionale più pesante rispetto ad altre categorie per aumentare la produttività, i tessili sono riusciti a ristrutturare il settore all'interno del contratto nazionale, i chimici invece hanno previsto deroghe, ma senza conflitti con la Cgil.

Magari guardando ad altri paesi, come la Germania, dove per esempio le aziende che aderiscono alla Gasamtmetall non sono obbligate ad applicare il contratto nazionale?
Questo sarà uno dei punti da approfondire. La Germania è un esempio da osservare. Questa possibilità non ha creato uno smottamento delle relazioni sindacali: solo una percentuale del 7% applica esclusivamente il contratto aziendale.

Una flessibilità che si adatterebbe proprio al caso Fiat, visto che l'azienda ha deciso di non iscrivere le due newco di Pomigliano e Mirafiori a Confindustria. Sarà solo temporaneo?
Ho già un accordo con Sergio Marchionne e con John Elkann, per far sì che nel più breve tempo possibile le newco rientrino nella confederazione, nel momento in cui faremo una normativa ad hoc per l'auto. Pomigliano e Mirafiori sono fuori: nascono come newco perché non applicano le regole sulla rappresentanza. La Fiat aveva questa esigenza nell'immediato, ma non è un argomento che si può affrontare e risolvere in pochi giorni.

Priorità all'investimento, quindi. Anche come messaggio che in
Italia si può...
Sì. Oggi l'Italia può dimostrare che può continuare ad avere un'industria dell'auto forte e competitiva a livello globale. E abbiamo fatto capire, anche di fronte ai paesi stranieri, che nel nostro paese si può venire ad investire.

La Fiom a Mirafiori è fuori dalle Rsa. Susanna Camusso, laeder della Cgil, le ha mandato un messaggio diretto: non si possono fare accordi ad excludendum. E domani invierà a Confindustria, Cisl e Uil la proposta Cgil sulla rappresentanza. Disponibili a discutere?
Certamente siamo disponibili. È dal 2004 che aspettiamo una proposta. Nel 2008 i sindacati avevano raggiunto un accordo che prevedeva la validità erga omnes per gli accordi approvati al 51 per cento. Poi la Cgil si è tirata indietro. Auspichiamo che il sindacato trovi una posizione unitaria per cominciare a discuterne. Però ci devono essere alcuni punti chiari.

Quali?
No al potere di veto delle minoranze, se la maggioranza firma. I contratti una volta firmati devono essere applicati e rispettati. E non va bene nemmeno il referendum sempre su tutto proposto dalla Fiom. L'assemblearismo non è la soluzione: deve valere il principio di rappresentanza. Poi chiediamo un accordo tra le parti, non una legge. Questo è un tema che riguarda le parti sociali, non la politica.

Il numero uno della Fiom, Maurizio Landini, ha detto anche ieri no ad una adesione tecnica e chiede di riaprire la trattativa, dicendo che il risultato è stato straordinario. Continuerà a dare battaglia...
Mi auguro che Landini non ricorra alla via giudiziaria, ostacolando l'applicazione dell'accordo. Piuttosto spero che aderisca: una ripertura della trattativa non è nemmeno immaginabile.

Il sì comunque ha vinto per poco più del 54%. Era prevedibile?
Se si pensa alla storia di Mirafiori, sì. In questo stabilimento sono stati bocciati quasi tutti gli accordi, è il simbolo di una fabbrica dove la conflittualità è alta.

Anche stavolta, come negli anni '80, sono stati i colletti bianchi i protagonisti del cambiamento. La vittoria del no al montaggio e alla lastratura è un segnale di disagio per i nuovi ritmi di lavoro?
Gli impiegati probabilmente si rendono più conto di come si muove il mondo e dell'andamento dei mercati. Quanto all'accordo e all'organizzazione del lavoro, vengono rispettati gli standard internazionali e non vengono lesi i diritti dei lavoratori. Le modalità per frenare l'assenteismo sono accettabili ed anche sul diritto di sciopero, paesi come la Germania prevedono che ci sia un consenso dell'80% per proclamare uno sciopero contro gli accordi.

La crisi non è finita e l'Italia soffre di crescita bassa. Come sta procedendo il tavolo con le parti sociali su crescita e produttività che si è avvitato in autunno, proprio su sua iniziativa? La Cgil è al tavolo: un modo per riallacciare il dialogo?
Ci siamo messi d'accordo su tutti i punti: Mezzogiorno, burocrazia, ricerca e innovazione, fisco, ammortizzatori sociali. Prima che scoppiasse la vicenda Mirafiori, eravamo vicini a un'intesa anche sull'ultima questione rimasta aperta, la produttività. Non vorrei che, dopo il referendum, la Cgil si irrigidisse.

Su quali principi stavate lavorando?
Maggiore diffusione della contrattazione aziendale, modalità per attrarre gli investimenti, necessità di una discussione sulla rappresentanza.

Un documento che poi, una volta concluso, le parti presenteranno al governo, come possibile programma a medio termine per modernizzare il paese...
C'è bisogno urgente di interventi e di riforme. Da anni l'Italia cresce meno degli altri paesi, ma con un andamento del Pil attorno all'1% non si crea ricchezza adeguata per dare risposte alla disoccupazione giovanile, alla tenuta del sistema imprenditoriale, non si creano sufficienti posti di lavoro. Insomma, non aumenta il benessere. Capisco il rigore dei conti pubblici, è necessario. Ma bisogna crescere per lo meno al 2 per cento. Un obiettivo raggiungibile, ma occorre mettere al centro l'agenda della crescita.

Con quali interventi?
Tagli alla spesa pubblica improduttiva, riforma fiscale, ricerca e innovazione, Mezzogiorno. Promuoveremo molto presto un'iniziativa per riportare al centro dell'agenda politica il tema della crescita. Chiederemo un cambio di passo. Noi imprese siamo pronte a fare la nostra parte. Confindustria sarà sempre in prima linea ad incalzare la politica.

È di nuovo una fase turbolenta...
Viviamo un momento difficile. Ma la politica non deve abdicare al suo ruolo di occuparsi del futuro del paese.

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