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Quel vescovo che salvò gli ebrei di Chieti

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Questo articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2011 alle ore 08:10.

La Giornata della memoria - celebrata ricordando quel 27 gennaio 1945 in cui l'armata sovietica in marcia verso Ovest liberò i pochi sopravvissuti del campo di sterminio di Auschwitz - è un impegno a non dimenticare, affinché l'orrore incommensurabile del genocidio nazista contro il popolo ebraico e di tutte le barbarie perpetrate contro il genere umano non si ripeta mai più.
La memoria, però, è veramente fruttuosa se - insieme alla grande storia - si sforza di salvare le innumerevoli storie che la compongono: ecco perché anche una storia minore può essere d'aiuto a non dimenticare, portando con sé l'incisività che solo il concreto sa offrire. Una storia che mi sembra di grande attualità anche oggi, in cui c'è tanto bisogno di uomini liberi e coraggiosi, capaci di dire la verità e di pagare il prezzo di persona per averla detta, specialmente di fronte al quadro a volte devastante offertoci dalla scena pubblica.
È la storia di uno dei miei predecessori, monsignor Giuseppe Venturi, arcivescovo di Chieti dal 1931 al 1947, anno della sua morte. Esile nel corpo, ma di singolare forza spirituale, Venturi fu una delle pochissime voci in Italia a condannare apertamente le leggi razziali imposte dal regime fascista.
Nella lettera pastorale per la Quaresima 1942, censurata dal ministero dell'Interno, scriveva tra l'altro: «Tutti siamo fratelli; e quel sacro vincolo, che unisce e cementa gli uomini tutti, rinsaldato dalla stessa natura, non può essere rotto o allentato giammai da niuna diversità di origine, di sangue, di razza, di coltura, di fede, ma solo dalla malizia umana e dall'abbrutimento, a cui l'uomo spesso si abbandona. E come Dio nella distribuzione delle sue grazie non fa distinzione tra giusto e ingiusto, tra giudeo o greco, tra sapiente e ignorante, ma le versa su tutti, come fa su tutti risplendere il sole, così deve fare anche il cristiano. Oggetto cioè del suo amore devono essere gli uomini tutti, siano amici, siano nemici; del proprio o di diverso sangue; appartenenti alla stessa o ad altra lingua» (Amore del prossimo, p. 17).
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L'agire dell'arcivescovo Venturi fu conseguente a queste parole: quanti ebrei e partigiani furono salvati grazie al suo intervento! Come mi è stato raccontato da testimoni diretti, riuscì a strapparne alla morte alcuni anche in extremis. Molti ebrei li nascose perfino nella cripta della Cattedrale, correndo rischi gravissimi. Altri li fece fuggire, con l'aiuto di alcuni preti restati nelle campagne.
C'è però un momento in cui la sua statura morale si leva a difesa dell'intera città: l'oppositore delle barbare leggi razziali si rivela come il difensore di tutti, senza distinzione di condizione sociale, cultura o fede. È il 9 Settembre 1943: Vittorio Emanuele III passa per Chieti in fuga verso il Sud. Pochi giorni dopo, viene issata in città la bandiera tedesca. A fine ottobre gli Alleati si attestano sulla linea del Sangro. I tedeschi oppongono una dura resistenza, distruggendo sistematicamente i centri dell'area occupata dopo averne evacuata la popolazione con metodi spietati. Chieti è invasa dagli sfollati. In poco tempo, quadruplica il numero degli abitanti.
L'arcivescovo è l'infaticabile organizzatore della solidarietà, l'autorità morale che parla con fermezza anche agli occupanti tedeschi. L'8 dicembre scrive al cardinal Maglione, segretario di Stato di Pio XII: «Più di centomila persone sono sfollate… Abbiamo messo a loro disposizione seminari, case religiose, chiese. In tanta desolazione vorrei chiedere alla Santa Sede che mi aiutasse a far dichiarare Chieti città ospedaliera».
L'omelia del Natale successivo è uno struggente grido di dolore e di fede: «Spariscono sotto i nostri occhi città e paesi, che facevano bella corona alla nostra cara Chieti, pur essa oggi seriamente minacciata, anche perché esposta, per la sua posizione, ad ogni benché minima offesa...…». Quando gli giunge l'ordine del comando tedesco di lasciare la città, non esita a rispondere: «Io non mi muovo di qui, perché qui mi ha mandato il Papa e senza il suo ordine non mi muoverò. Piazzate pure i vostri cannoni: mi porterete fuori di città morto, ma vivo giammai». Davanti a tanta fermezza, lo stesso comandante tedesco suggerisce a Venturi di tentare una carta estrema: chiedere - con l'appoggio della Santa Sede - un incontro col Generale Kesserling, comandante in capo delle truppe d'occupazione, nel quartier generale vicino a Roma.
Venturi parte avventurosamente per la Città eterna, dove, sostenuto da Pio XII, con la mediazione di un religioso tedesco riesce ad ottenere l'incontro sperato. Lo stesso Kesserling ricorderà di essere rimasto ammirato dall'audacia di questo vecchio Pastore. Quando un mese dopo gli giunge l'assenso tedesco a dichiarare Chieti città aperta, a condizione che gli Alleati facciano altrettanto, l'arcivescovo si prodiga mediante la Santa Sede per ottenere il loro consenso.
Finalmente, domenica 26 marzo 1944 può convocare la cittadinanza in Cattedrale per il Te Deum di ringraziamento: Chieti, dichiarata "città aperta", è salva. All'immensa folla dice: «Risparmiati, favoriti: gli unici in Italia… Perché? Non è possibile trovare la ragione in noi. Dobbiamo cercarla fuori di noi, in Dio, nella Sua infinita bontà, nella Sua misericordia». In quei giorni drammatici, come dopo l'arrivo degli Alleati, Venturi continuerà a spendersi senza risparmio per tutti, senza distinzione alcuna. «Il pastore - aveva detto più volte - non abbandona mai le sue pecorelle, specialmente nel pericolo; le assiste, le difende, le conforta, e, se necessario, dà la vita per esse».
Il suo segreto? È lui stesso a confidarlo ai suoi collaboratori, che ben sapevano come trascorresse quotidianamente lunghe ore in preghiera: «Tutti i giorni ho necessità di ricaricarmi di fede per essere in grado di assolvere ai miei doveri. Senza la preghiera sarei come un motore senza carburante». Salvatore del suo popolo, libero e forte perché uomo di Dio, interessato a piacere a Lui solo: tale fu monsignor Venturi. Il suo messaggio resta vivo e attuale per tutti, in particolare nel profondo disagio che tanti avvertiamo dinanzi alle tristi vicende che investono la politica e le istituzioni nel nostro presente. Sapremo farne tesoro?
Bruno Forte è arcivescovo di Chieti-Vasto

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