Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 06 febbraio 2011 alle ore 08:11.

My24

Il decreto sul fisco comunale innova, ma certo non rivoluziona, il sistema dei tributi municipali. Nell'immediato (o quasi) le novità sono due. La prima è la (impropriamente detta) cedolare secca sugli affitti: il proprietario di un'abitazione dato in locazione può optare, in alternativa al regime ordinario dell'Irpef, per un'imposizione proporzionale con aliquota relativamente bassa. Nell'immediato ci guadagnano i proprietari di immobili con redditi più elevati. L'effetto di medio/lungo periodo dovrebbe essere quello di rendere più conveniente l'immissione di immobili sul mercato delle locazioni e di incoraggiare l'emersione dei canoni irregolari, trasferendo parte dei vantaggi sugli inquilini.

Per i Comuni la cedolare secca è un rischio. Su questa imposta statale i comuni avranno una compartecipazione al 21,7%, senza alcun margine di manovra e quindi senza autonomia. Hanno invece il rischio aggiuntivo che si riveli un flop dal punto di vista del recupero degli affitti in nero, con conseguente contrazione delle risorse comunali.
Il decreto sblocca poi, sia pure in modo parziale e graduale, l'addizionale comunale sull'Irpef da tempo congelata in attesa della riforma. È un ritorno alla normalità e una boccata di ossigeno per l'autonomia fiscale comunale, lo è di meno per i contribuenti. Stretti nella morsa dei tagli ai trasferimenti della manovra d'estate, molti Comuni certamente utilizzeranno questa leva fiscale. Chi pagherà saranno i contribuenti Irpef, ovvero essenzialmente i lavoratori dipendenti. Non si comprende allora perché il decreto non abbia previsto anche lo sblocco immediato sui margini di variazione dell'aliquota Ici, il che avrebbe scaricato parte dello sforzo fiscale anche sui proprietari di immobili diversi da seconde case.

Dal 2014 scatta la seconda fase della riforma. Qui la novità, insieme a una certa attenuazione della tassazione sui trasferimenti immobiliari, si chiama Imu. Non è una rivoluzione: l'Imu è la vecchia Ici, con un'aliquota più alta (0,76%) per compensare la cancellazione dell'Irpef (e delle relative addizionali regionali e comunali) sui redditi fondiari da immobili non locati. In altri termini l'Irpef su questi redditi viene "patrimonializzata" nell'Imu. Questo comporta qualche necessità di aggiustamento per coloro che insieme all'Imu continueranno a pagare le imposte sui redditi immobiliari. E infatti il decreto prevede una forte agevolazione consistente (metà dell'aliquota base) per gli immobili locati che pagheranno, come detto, la cedolare. Stessa cosa dovrebbe valere per gli immobili utilizzati dalle imprese o dai lavoratori autonomi. Per loro però la tutela rispetto a questa sorta di "doppia tassazione" è assai più attenuata: la riduzione dell'aliquota base Imu fino a metà di quella ordinaria è lasciata infatti alla scelta autonoma dei singoli Comuni. Ne deriva che, a meno di dover subire una riduzione delle risorse fiscali disponibili, i Comuni sceglieranno normalmente di applicare a imprese e lavoratori autonomi l'aliquota piena dell'Imu.
Il risultato sarà dunque uno spostamento del carico fiscale dai proprietari di casa (le seconde a disposizione e quelle date in locazione) alle imprese, con buona pace delle ragioni del rilancio dell'economia. L'unica cosa veramente importante da fare con la riforma dell'Ici/Imu, ovvero riportare a tassazione i proprietari di prima casa per ricreare un rapporto di responsabilità tra amministratori locali e cittadini, non si è avuto il coraggio di farla.
* Università di Bologna & Econpubblica-Università Bocconi.

Shopping24

Dai nostri archivi