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Questo articolo è stato pubblicato il 02 aprile 2011 alle ore 10:14.
L'ultima modifica è del 02 aprile 2011 alle ore 09:17.

Fermiamo il vilipendio delle istituzioniFermiamo il vilipendio delle istituzioni

Ci vuole molto ottimismo per credere che la tensione politica si sia allentata. Tuttavia, dopo i due giorni neri della Camera, le cose non potevano andare peggio. Ora si attende sospesi nel vuoto. Vedremo cosa accadrà martedì, quando Montecitorio affronterà il caso Ruby, giusto alla vigilia dell'apertura del processo milanese contro il presidente del Consiglio.

Il punto di fondo è che non è tollerabile lo spettacolo andato in scena nei giorni scorsi. Una sorta di vilipendio delle istituzioni che va di pari passo con la sostanziale paralisi dei lavori parlamentari. Oggi resta da capire soprattutto se la Camera dei deputati è in grado di svolgere la sua funzione legislativa ritrovando un minimo di serenità, ovvero se bisogna rassegnarsi a considerarla un O.K. Corral nel cui recinto la classe politica offre il peggio di sé.

I colloqui improvvisi che Giorgio Napolitano ha voluto svolgere con i capigruppo non sono l'annuncio che il Parlamento sta per essere sciolto. Ma rappresentano un estremo appello al senso di responsabilità delle forze che siedono in quelle aule. È chiaro quello che il Quirinale ha voluto dire: il presidente della Repubblica non resterà inerte e silenzioso di fronte allo scempio, non si limiterà a osservare l'immobilismo rissoso della Camera. E in particolare non potrà approvare le forzature istituzionali, cioè il tentativo di una maggioranza in difficoltà di cavarsi d'impaccio attraverso scorciatoie e giochi di prestigio.

Fra le prerogative del capo dello Stato c'è, come è noto, anche quella di dissolvere il Parlamento quando è evidente la sua inadeguatezza. E proprio questa eventualità rimane sullo sfondo, una specie di «memento» appena adombrato. Perché lo psicodramma italiano è in questo paradosso: una maggioranza che continua ad avere numeri sufficienti, magari un po' risicati ma effettivi (e qualcuno pensa che potrebbero persino crescere nei prossimi giorni) e al tempo stesso mostra una preoccupante impotenza nel giorno per giorno.

Di fronte a tale argomento, gli esponenti del Pdl ribattono che non è così, che l'agenda del governo Berlusconi è ricca di cose da fare e di impegni sottoscritti. È vero a metà. I programmi ci sono e qualcuno sta prendendo forma con fatica: come il federalismo fiscale caro alla Lega, il che spiega forse perché il partito di Bossi ha plaudito all'iniziativa di Napolitano. Ma poi le buone intenzioni sono quasi sempre surclassate dalla necessità di mandare avanti leggi e leggine sulla giustizia, in sintonia con le esigenze giudiziarie del premier. E qui non vale il tentativo alquanto goffo di affermare che il «processo breve» o la «prescrizione breve», nel testo che è stato spinto avanti senza successo nei giorni scorsi, costituisce la risposta a una richiesta di razionalità e di efficienza che arriva dall'Europa. L'Unione, è vero, ci ha chiesto molte cose negli anni, quasi sempre inascoltata. Ricordarsene oggi per coprire un provvedimento discutibile ha il sapore di una beffa.

In ogni caso, il minimo che le forze politiche devono al presidente della Repubblica è il rispetto delle forme istituzionali. In altre parole: niente strappi, niente forzature. E qui sembra che Berlusconi abbia recepito il messaggio.

Ha parlato della necessità di ritrovare, non solo compattezza all'interno della coalizione, ma anche «serenità e moderazione». Questo vuol dire che il premier sa di dover camminare lungo un sentiero stretto, i cui bordi sono stati definiti dal Quirinale. È suo interesse muoversi in tal senso, anche se non è affatto certo che ci riesca. Per più di un motivo.

In primo luogo, la coesione della maggioranza è tutt'altro che scontata. Lasciamo stare il ministro Calderoli che torna a chiedere le dimissioni del presidente della Camera, benché non sia affatto un dettaglio trascurabile. Il problema è che esistono inquietudini che attraversano il Pdl e altre che angosciano la Lega. Bossi e i suoi temono che lo «tsunami dell'immigrazione» (parole immaginifiche di Berlusconi) si rovesci senza rimedio sull'elettorato leghista. E il fatto che il ministro dell'Interno, titolare della matassa da sbrogliare, sia Maroni è un problema nel problema.

Tutti guardano allibiti in queste ore le immagini della fuga dalla tendopoli di Manduria dei clandestini appena trasferiti da Lampedusa. Non si sa se ridere o piangere. Di certo quei filmati sono il più grave attentato al consenso elettorale che il Carroccio ha saputo costruirsi in questi anni. Oltre a rappresentare uno straordinario disincentivo per i governatori delle Regioni che dovrebbero prima o poi accettare il piano del Governo sulla distribuzione territoriale degli immigrati.

La seconda ragione che rende il futuro di Berlusconi ricco d'incognite riguarda il sovrapporsi dei due piani della realtà. Da un lato, come si è detto, il braccio di ferro con la magistratura e le misure sulla giustizia che tendono a bloccare il Parlamento e a creare violente tensioni; dall'altro le questioni incombenti e gravi (l'immigrazione selvaggia, la crisi in Libia, l'isolamento in Europa) su cui l'azione di governo è faticosa, con risultati non esaltanti. Il continuo mescolarsi di questi due livelli genera sconcerto e un senso di fallimento.

Alla lunga la corda si spezzerà. Oppure no, ma in tal caso il Paese rischia di scivolare lungo un piano inclinato, quasi senza rendersene conto. È bene che personaggi importanti del mondo produttivo si stiano avvicinando alla politica. Ma è ancora più urgente che le istituzioni ritrovino al più presto un loro baricentro. Senza il quale è di gran lunga preferibile che si torni a votare. Dopo, se non altro, sarà possibile ricominciare a scrivere su una pagina bianca.

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