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Questo articolo è stato pubblicato il 03 aprile 2011 alle ore 08:11.

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La prima riforma è la spesa pubblicaLa prima riforma è la spesa pubblica

Il dibattito sul perché il Paese non cresce è importante. Molte idee per rilanciare lo sviluppo sono state recentemente avanzate su queste colonne. Ad esempio con l'alleggerimento del fardello burocratico che grava sulle imprese, ed è stata sottolineata la necessità di creare un ambiente più favorevole all'attività delle stesse e alla loro crescita dimensionale. Molti ritengono cruciale la ricerca di soluzioni per colmare il divario tra anziani e giovani nel mercato del lavoro e una maggiore promozione della ricerca. Altri hanno affermato che il rilancio del Sud dovrebbe basarsi non su interventi straordinari ma su una migliore gestione ordinaria dello Stato o hanno posto l'attenzione sull'utilità delle liberalizzazioni e di una maggiore meritocrazia, nonché sulla necessità di investire di più sulle infrastrutture e sulla formazione. Su tutto ciò non si può non convenire. Tali ricette vanno poste in essere perché si collocano nella direzione della razionalità, dell'equità e dell'efficienza, perché possono eliminare disuguaglianze sociali e distorsioni del mercato, perché gli errori del passato e le rendite di posizione semplicemente non sono più tollerabili.

Ma per capire l'ambiente internazionale in cui il nostro Paese si sta muovendo, e dare una cifra realistica ai risultati pratici che le misure auspicate possono produrre sulla nostra crescita, è necessario considerare che stiamo vivendo la più grande crisi mondiale dal 1929. E che si è prodotta una rottura epocale tra passato e futuro. Nulla sarà più come prima, nemmeno per i tassi di crescita del Pil. È altresì necessario uno sforzo di comprensione storica degli avvenimenti precedenti la crisi mondiale al netto degli effetti distorsivi che la grande bolla immobiliare e dei debiti privati e pubblici ha generato tra la crescita di quei Paesi che questa bolla l'hanno pienamente vissuta (godendone temporaneamente i frutti) e quelli che invece non l'hanno sperimentata se non indirettamente attraverso qualche effetto positivo sull'export. Tra i Paesi del primo tipo vi sono Usa e Gran Bretagna ma anche Spagna, Irlanda, Islanda, Grecia e altri. Tra quelli del secondo tipo vi sono Germania e Italia.

Germania e Italia dal 1950 al 1995 sono sempre cresciute assai di più di Usa e Gran Bretagna. Soltanto dal 1995 in poi la situazione si rovescia e Italia e Germania aumentano di meno non solo rispetto ad America e Gran Bretagna ma anche ai Paesi oggi chiamati "periferici". Sarà anche vero che dal 2002 al 2007 il Pil Usa è andato molto più forte di quelli di Italia e Germania ma quella maggior velocità è stata pagata con una crisi profonda poi esportata in mezzo mondo. Ancora oggi la ricchezza delle famiglie statunitensi è del 12% inferiore ai massimi pre-crisi nonostante la droga del quantitative easing e di centinaia di miliardi di dollari di incentivi fiscali che tra breve finiranno e riporteranno la crescita Usa alle sue vere dimensioni sostenibili dopo il disastro avvenuto. Come ricorda spesso Nouriel Roubini, 12 milioni di famiglie americane hanno gravissimi problemi coi mutui. E se il prezzo delle case dovesse calare in America di un altro 5% il numero delle famiglie "sott'acqua" salirebbe a 20 milioni. Nel frattempo i debiti privati restano altissimi e nel 2015 il debito pubblico Usa sarà salito al 110% del Pil, a livelli "italiani".

L'Italia dal 1995 è stata fanalino di coda della crescita ma in buona compagnia con la supercompetitiva Germania. Dal 1995 fino al 2004 l'aumento cumulato del Pil italiano è stato del 14,1%, superiore al 12,9% della Germania. In quei dieci anni il tasso annuo di crescita italiano è stato maggiore di quello tedesco in ben otto anni nonostante già dal 2001, con la comparsa della concorrenza asimmetrica cinese e con il rialzo del petrolio, il nostro Paese abbia patito questi due fattori più di tutte le altre economie avanzate. Questo perché nel 2001 la nostra specializzazione produttiva era ancora molto simile a quella della Cina (oggi per merito degli sforzi di diversificazione della nostra industria non è più così) e che l'Italia nel G-20 ha la più alta dipendenza dall'estero per l'energia primaria. Poi dal 2004 al 2007 la crescita cumulata italiana è stata del 4,2% ma quella della Germania solo di poco superiore, pari al 6,9%. Niente in confronto ai boom di Irlanda, Grecia e Spagna. Ma siamo certi che nessun italiano vorrebbe avere oggi i suoi risparmi depositati in banche di questi tre Paesi.

Naturalmente, c'è adesso chi dice che, dopo la forte crisi mondiale del 2009, anche la nostra ripresa è più lenta di quella delle altre economie. Ma se tutti i Paesi avessero ridotto la spesa pubblica come ha fatto l'Italia, negli ultimi 18 mesi il Pil italiano (+1,9%) sarebbe aumentato molto più di quello della Gran Bretagna e anche della Francia. La stessa ripresa della Germania si sarebbe ridotta di circa un punto di Pil.

Nella nuova era in cui la crescita non è più una certezza per nessuno, l'Italia può e deve crescere di più. Ma realisticamente, considerando che i vincoli di bilancio europei neutralizzeranno parte del positivo impulso sull'export proveniente dalle economie emergenti e tenuto conto delle incertezze sul Nord Africa-Medio Oriente e sull'energia, è difficile pensare che potremmo andare oltre l'1,5% annuo nel breve termine. Che è comunque qualcosa in più delle previsioni attualmente condivise. Lavorare uniti per centrare un simile obiettivo minimo sarebbe già un successo, in attesa che le auspicate riforme, a cominciare da una profonda ristrutturazione della spesa pubblica e da interventi che riducano il divario Nord-Sud, producano effetti più strutturali nel medio-lungo termine. La situazione economica resta difficile ma il made in Italy sta reagendo ed esportiamo nei Paesi emergenti più della Francia pur non avendo i "campioni nazionali" che ha quest'ultima. Ancora una volta la nostra riscossa verrà soprattutto dall'economia reale e dalle imprese.

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