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Questo articolo è stato pubblicato il 26 maggio 2011 alle ore 06:38.

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LONDRA. Dal nostro inviato
Barack Obama ha scoperto l'Europa. Nel suo discorso a Westminster Hall, la grande sala millenaria di fianco al Parlamento Britannico, il presidente americano, a tratti visbilmente commosso, non ha solo riaffermato il legame forte con la Gran Bretagna, ma con l'Europa intera: «È sbagliato pensare che la crescita di Paesi come la Cina, l'India, il Brasile significano la fine della leadership americana ed europea. Anche se altre nazioni assumono responsabilità per la leadership globale, la nostra alleanza...i nostri valori resteranno indispensabili», ha detto, Obama evocando la democrazia e l'economia di mercato di Adam Smith davanti al Parlamento britannico.
Un evento straordinario sul piano coreografico, finora capitato solo a pochi leader in un secolo: «Gli ultimi tre sono stati la regina Elisabetta, Nelson Mandela, Papa Benedetto XVI. O per me la barra è altissima, o forse è l'inizio di una barzelletta divertente», ha detto Obama in apertura del suo discorso per rompere il ghiaccio.
Poi la sostanza politica: quando oggi si tratta di far rispettare risoluzioni dell'Onu, di mobilitare lo sviluppo economico o di essere un punto di riferimento per le aspirazioni di libertà di popoli oppressi, l'Europa e gli Stati Uniti restano il punto di riferimento globale. Sono stati gli eventi recenti a confermare la forza dell'alleanza transatlantica: gli eventi in Egitto e Tunisia, quelli in Libia, con lo schieramento armato in prima fila di Gran Bretagna e Francia, la rivolta in tutto il mondo arabo rappresentano, un'occasione da non perdere, «una responsabilità che avremmo potuto ignorare se non fosse nella nostra natura di intervenire per la protezione dei deboli», ha detto ancora il presidente. Questi eventi hanno riportato l'Europa al centro dello schacchiere globale sul piano politico. Ma non solo. Obama si rende conto che lo sviluppo economico europeo procede più rapidamente di quello americano e in modo più equo per la redistribuzione del reddito. Ha incassato ieri un assegno da oltre 5 miliardi di dollari da un manager europeo che gli consente di rivendicare la scelta giusta quando si trattò di salvare la Chrysler. Potrà contare sulla Banca Europea per la Ricostruzione e lo sviluppo per finanziare il progetto democratico mediorientale. E in termini concreti gli manca solo di appoggiare formalmente la candidatura di Christine Lagarde alla guida del Fondo Monetario.
A parte la questione economica, (l'uscita della crisi e il problema del debito) che sarà trattata oggi, al G-8 di Deauville, saranno i temi di domani, la rivolta araba, gli aiuti economici in cambio di riforme e la politica nei confronti della Libia a caratterizzare questo incontro annuale degli Otto Grandi.
Nella conferenza stampa congiunta con il primo ministro David Cameron ha fatto notizia soprattutto sulla Libia: «Gheddafi se ne deve andare al più presto» ha detto Obama. A chi gli chiedeva se ci sarebbe stata una escalation militare per raggiungere l'obiettivo, ha precisato che «non abbiamo armi segrete che possono risolvere la situazione, aiuteremo i ribelli che hanno fatto progressi, ma non manderemo truppe di terra, forse ci vorrà più tempo ma le cose procederanno per la direzione giusta in modo stabile e saranno i ribelli a doversi assumere la responsabilità». Non l'approccio interventista diretto e preventivo di George W. Bush, dunque, con un'imposizione di cambiamento di regime dall'alto, ma un approccio reattivo e di appoggio a una rivolta che parte dal basso. Il cambiamento è forte. A Deauville ci saranno richieste di aiuti da parte di tutti i Paesi e da parte delle organizzazioni multilaterali. E ci sarà una dichiarazione per rompere lo stallo fra israeliani e palestinesi, con uno scenario diverso, a partire dall'Egitto post Mubarak.
In serata una cena di nuovo con la regina Elisabetta, e poi la chiusura di questa visita storica: solo George W. Bush prima di lui, aveva avuto l'onore di una visita di Stato. Persino nel caso di Ronald Reagan, la visita fu soltanto "ufficiale".
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