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Questo articolo è stato pubblicato il 07 giugno 2011 alle ore 06:39.

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ROMA
Come l'araba fenice la suggestione del terzo polo tv rinasce dal passato. L'uscita di Michele Santoro dalla Rai, probabile destinazione La 7, non è solo questione di volti televisivi ed equilibri politici di format. L'addio del conduttore di "Anno Zero" a Viale Mazzini giunge in contemporanea con le ipotesi che danno il dossier Telecom Italia Media di nuovo in primo piano nell'agenda del gruppo presieduto da Franco Bernabè.
Ieri, dopo averlo già fatto sabato scorso, Telecom Italia è tornata a precisare parte dei contenuti di un colloquio dell'a.d. di Ti Media, Giovanni Stella, con "Il Fatto Quotidiano". «Si tratta allo stato di mere ipotesi di lavoro» è il riferimento a un riassetto al termine del quale Ti Media avrebbe un azionista di maggioranza relativa con il 40% del capitale, il 37% resterebbe all'attuale proprietà e il 23% andrebbe sul mercato. Schema che ieri ha acceso il titolo a Piazza Affari (+5,5% a metà mattinata prima della precisazione) ma soprattutto ha riaperto scenari "terzopolisti" che da anni scaldano il mondo della televisione, anche all'insegna di un riequilibrio politico. Di qui – smentite a parte – la suggestione di un ingresso del gruppo Espresso-Repubblica a scompigliare l'attuale assetto che ruota intorno ai poli Rai e Mediaset (con Sky in campo nella "pay").
Nomi a parte, del resto, basta sondare gli umori del settore per capire che il momento sembrerebbe propizio a cavalcare il successo che La 7 sta mettendo a segno nel campo dell'informazione, trainata dall'effetto Mentana. A maggior ragione se si andasse davvero verso un "dream team" che, oltre a Santoro, includesse anche uno tra Fabio Fazio e Giovanni Floris, con contratti Rai in scadenza il 30 giugno. Nel primo caso sarebbe in fin dei conti un ritorno a un vecchio progetto, quando Fazio era stato prescelto per una tv di alternativa vagheggiata durante la gestione Seat-Telecom di Colaninno e Pelliccioli.
Pillole del passato che torna. Perché il terzo polo tv sembra un serial dalle puntate infinite. In principio, era il 2006, il nome a tenere banco era quello del gruppo De Agostini. Poi fu il turno di Marco Tronchetti Provera, lo studio delle sinergie tlc-tv, l'ipotesi sfumata di uno storico accordo con Rupert Murdoch.
E arriviamo ai giorni nostri. Il presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè, in più occasioni ha chiarito che l'obiettivo del gruppo è focalizzarsi sul core business telefonico (con opportuno focus sull'internet tv) e che un'opportuna valorizzazione dell'asset Telecom Italia Media rientrerebbe tra le carte da valutare. Anche se, fanno notare esperti del mercato tv, difficilmente il gruppo accetterebbe soluzioni come quelle circolate di recente, che veleggiano intorno a 500 milioni tra asset e debiti. Sul piatto, se le «ipotesi di lavoro» avranno seguito, finirebbe una rete che ha un rosso intorno a 55 milioni ma che in un anno ha aumentato l'audience share del 25%, sfiorando il 3,5 per cento, e conta su un tg assestatosi intorno all'8,5 per cento con audience di oltre 2 milioni di persone.
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