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Questo articolo è stato pubblicato il 14 giugno 2011 alle ore 06:37.

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ROMA
Oltre 27 milioni di italiani hanno detto no al «legittimo impedimento», la legge voluta dal governo e dalla maggioranza per mettere Silvio Berlusconi al riparo dai processi in cui è imputato. Hanno detto no dieci milioni di cittadini in più rispetto a quelli (17.063.874) che alle elezioni politiche del 2008 votarono per la coalizione di centrodestra (13.628.000 il Pdl e 3.024.000 la Lega) e 15milioni in più di quelli (13.686.673) che votarono centrosinistra (12.092.998 il Pd, 1.593.000 l'Idv). Una sconfitta politica pesante, quindi, per chi ha voluto quella legge. A gennaio la Corte costituzionale l'aveva di fatto svuotata, ieri gli italiani hanno buttato via il poco che restava, anticipandone la morte di 4 mesi rispetto alla scadenza naturale (ottobre 2011). Ma il voto va ben oltre gli effetti concreti (quasi nulli) dell'abrogazione, perché conferma - se ce ne fosse stato bisogno - la valenza politica di questo referendum. L'inaspettata portata del risultato la amplifica, trasformandola in un chiaro segnale contro la politica del governo e della maggioranza sulla giustizia, in particolare contro tutti quei provvedimenti (o norme) che, come il legittimo impedimento, sono stati giustificati con l'esigenza di sottrarre Berlusconi alla «persecuzione giudiziaria» dei magistrati, derogando al principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Anche i giochi di parole (il Pd parla di «legittimo accanimento», i vincitori preferiscono «legittimo godimento») confermano la valenza politica del risultato. Del resto, era il referendum con il minore impatto sulla vita quotidiana degli italiani e con effetti giuridici ridottissimi, se non nulli. Non a caso è stato il più bistrattato da giornali, tv e nei dibattiti politici proprio perché si trattava di un'arma (politica) a doppio taglio, a seconda che avessero vinto i sì o i no.
Nei processi del premier cambierà poco o nulla. Già dopo la sentenza della Consulta, la difesa di Berlusconi ha dovuto ridimensionare il ricorso al legittimo impedimento. La Corte ha infatti cancellato il cuore del provvedimento là dove imponeva al giudice di rinviare automaticamente il processo di fronte all'autocertificazione della Presidenza del Consiglio dei ministri attestante l'impedimento (anche continuativo, fino a 18 mesi) del premier e dei ministri. Quanto alle poche norme sopravvissute, la Corte ha avvertito che andavano ricondotte nell'alveo dell'attuale disciplina del legittimo impedimento, contenuta nel Codice di procedura penale e interpretata più volte dalla Cassazione e dalla stessa Consulta. E che, quindi, spetta al giudice valutare caso per caso l'impegno addotto dall'imputato per far rinviare l'udienza, anche quelli del premier e dei ministri "tipizzati" dalla legge ora abrogata. Ieri è caduto anche l'articolo 2 che fissava in 18 mesi la durata massima di questa legge, durante i quali il Parlamento avrebbe dovuto approvare una legge costituzionale sulle «prerogative» del premier e dei ministri e sulle «modalità» della loro partecipazione ai processi penali. La legge (il cosiddetto Lodo bis) è stata presentata ma non è mai stata coltivata dal governo, che ha preferito altre strade, come prescrizione breve e processo lungo. Il cui destino, dopo il voto di ieri, è ormai appeso a un filo.
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L'EFFETTO
Quattro processi per il premier
L'azzeramento della legge sul legittimo impedimento per via del referendum non avrà grandi impatti sui quattro procedimenti milanesi in cui Silvio Berlusconi è imputato
Da quando, il 28 febbraio, dopo il verdetto della Consulta che già aveva notevolmente ritoccato la norma scudo, i processi Mediaset e Mills e l'udienza preliminare Mediatrade sono stati "scongelati" ed è cominciato il dibattimento sul caso Ruby, il premier non ha fatto valere il legittimo impedimento

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