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Questo articolo è stato pubblicato il 28 giugno 2011 alle ore 08:51.

Così viaggiano le informazioni nella catena gerarchicaCosì viaggiano le informazioni nella catena gerarchica

ROMA - Può un generale della Guardia di Finanza o dei Carabinieri, o un dirigente di Polizia, conoscere elementi di un'inchiesta in corso? E, nel caso, quando incorre in una violazione del codice penale? Gli interrogativi tra i non addetti ai lavori si pongono dopo il caso P4 – sono indagati due generali di corpo d'armata – ma non si tratta di una questione nuova.

È un tema, invece, discusso da sempre. Per mettere ordine, va detto che l'obbligo di riferire ai superiori, previsto dal regolamento militare, è norma meno forte, com'è ovvio, del segreto d'ufficio, art. 326 del codice penale. Quando nasce un'inchiesta un pubblico ministero decide di avvalersi, di solito, di uomini di un nucleo di polizia tributaria o valutaria, se opta per la Guardia di Finanza; di un reparto territoriale, o del Ros, se carabinieri; di agenti della Digos, se Polizia di Stato. Tutti, in quanto agenti di polizia giudiziaria, riferiscono solo al titolare dell'indagine.

Poi, però, c'è una zona grigia tollerata dai pm a patto che l'informazione riferita alla catena di comando sia essenziale e non subisca deviazioni laterali. Accade, insomma, che il capo di una Digos – o gli equivalenti di Arma e Finanza – non nasconderà mai al proprio superiore la notizia di un'indagine avviata, per esempio, su un uomo politico o un vip. Il questore, o il comandante provinciale Cc o Gdf, che non sono ufficiali di polizia giudiziaria, sono tenuti al segreto d'ufficio. Ma la notizia, se resta blindata in questo canale, può proseguire nella catena gerarchica: nel caso dei militari, al comandante regionale, poi a quello interregionale, al capo di stato maggiore e al comandante generale.

Parliamo di notizia dell'inchiesta nella sua essenza minima, non certo di atti giudiziari che restano vincolati nella disponibilità esclusiva del pool investigativo. Per tutelare al massimo la riservatezza delle informazioni sottoposte al vincolo del segreto istruttorio lo scambio di comunicazioni tra i diversi livelli gerarchici avviene di persona. È, questo, lo stesso tema del caso Ruby, quando alcuni esponenti della maggioranza contestarono ai servizi segreti e addirittura ai vertici del dipartimento Ps di non aver informato il premier Berlusconi.

In realtà né il capo del Dis, Gianni De Gennaro, né tantomeno il numero uno della Polizia, Antonio Manganelli, avrebbero dovuto e soprattutto potuto farlo senza incorrere in un reato. Rimane, semmai, il tema delicato del se e come un vertice di una forza di polizia possa riferire o no al proprio ministro di un'indagine. Va detto che di solito succede. Ma con l'attenzione e i criteri che attengono ai rapporti personali e, comunque, con la garanzia che la comunicazione non vada a incidere, in nessun modo, sull'indagine in corso. Perché se così non fosse sarebbero guai per tutti. (M.Lud.)

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