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Questo articolo è stato pubblicato il 11 settembre 2011 alle ore 08:12.

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ROMA.
"International press", "Immobiliare italiana", "Maremma srl", "Empresa pesqueira de barra de Sao Joao", "VI Consulting". Sono cinque società riconducibili a Valter Lavitola nella lente degli investigatori della Digos di Napoli, su delega della procura. È l'inchiesta sul presunto ricatto contro il premier Silvio Berlusconi che sarebbe stato organizzato, secondo gli inquirenti, dal direttore dell'Avanti! e dal faccendiere barese Giampi Tarantini, il primo latitante e il secondo rinchiuso nel carcere di Poggioreale. La caccia ai conti di Lavitola, dunque, comincia.
Con un'ipotesi già formulata e una pista, invece, che avrà bisogno di più di un riscontro investigativo. Gli investigatori, intanto, mirano al vaglio della "International press", la società editrice dell'Avanti!. A loro avviso, infatti, una quota dei finanziamenti pubblici all'editoria - sono erogati da Palazzo Chigi - destinati al quotidiano socialista sarebbero stati stornati da Lavitola per finanziare le sue attività imprenditoriali in Sudamerica. Se l'ipotesi fosse confermata, la Procura di Napoli aprirà un fascicolo a parte per il reato di truffa ai danni dello Stato. Il secondo fronte riguarda il capitolo delle cosidette società off shore di Lavitola. Ne parla Tarantini ai pubblici ministeri proprio nel contesto del presunto ricatto. Spiega che la somma di 500mila euro destinatagli dal premier passare per Lavitola. «No, Valter non mi ha detto del transito da Berlusconi a lui» dice Giampi e poi aggiunge: «Valter mi dice che il transito da lui per aprire questa società all'estero attraverso società off shore, attraverso passaggi, cose...». Dunque, la Procura deve accertare se la somma di 500mila euro è stata davvero versata dal Cavaliere, o da qualcuno a suo nome e, in caso di conferma, dovrà verificare come è stato fatto il versamento, vista anche la normativa antiriciclaggio. Tarantini e la moglie, Nicla Devenuto, sostengono di non aver ricevuto il mezzo milione di euro e accusano Lavitola di aver trattenuto per sè la somma che Berlusconi avrebbe versato. I pm Vincenzo Piscitelli, John Henry Woodcock e Francesco Curcio hanno dunque in primis la necessità di capire moddalità di consegna, passaggi, luoghi e sedi di deposito delle risorse finanziarie in ballo. Tarantini, intanto, sarà interrogato di nuovo domani dai pubblici ministeri, che lo avevano già sentito giovedì scorso.
Quello di lunedì è il terzo interrogatorio nel giro di pochi giorni. La pressione investigativa si dimostra, dunque, molto alta e si può anche intuire con una certa evidenza come Giampi stia dando ampia collaborazione agli inquirenti. Nel primo interrogatorio – quello cosiddetto "di garanzia", nel quale l'indagato ha facoltà di non rispondere – il faccendiere aveva sostenuto con insistenza di non aver mai avuto l'intenzione di ricattare il premer e in ogni caso aveva risposto a tutte le domande dei pubblici ministeri. Tarantini afferma che mai e poi mai avrebbbe ordito un'estorsione contro il premer, lui che - dice - si vergognava a chiedere mille euro. Ma gli inquirenti vogliono anche capire se il «sistema Tarantini», com'è stato definito, fatto di escort e festini per ottenere contatti, contratti e appalti, è uno scenario confermato. Tirati in ballo da indiscrezioni di stampa negano invece di aver conosciuto Giampi sia Marina Grossi, amministratore delegato di Selex Sistemi Integrati e moglie del presidente di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, sia l'ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. La signora Grossi «non ha mai incontrato né conosciuto personalmente Giampaolo Tarantini» dice una nota della società. Più articolata la replica di Bertolaso. «La protezione civile nazionale, da me diretta allora, non ha mai ordinato né a Intini (impreditore pugliese, n.d.r.) né a Tarantini l'acquisto di una matita, di un cerotto o di un estintore». Bertolaso conferma di aver «incontrato Tarantini in due occasioni, sempre su richiesta del Presidente del Consiglio, durante le quali mi sono state descritte le attività delle aziende legate al gruppo Intini, il cui titolare ha partecipato agli incontri». Ma poi sottolinea di non aver indirizzato «nessuno a Finmeccanica o ad altre società del gruppo. Non mi occupai mai, dopo gli incontri avuti, del signor Intini, del signor Tarantini e delle loro attività».
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