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Questo articolo è stato pubblicato il 04 ottobre 2011 alle ore 06:37.

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Una prima riflessione è non drammatizzare gli effetti della scelta della Fiat: «Il pluralismo sindacale punta a consentire il confronto e la competizione tra diversi modelli. Ma dopo questo strappo potrebbe non accadere niente di rilevante». Pietro Ichino, senatore del Pd e giuslavorista, entra però anche nel merito e sottolinea il rischio che il Lingotto, uscendo da Confindustria, possa vedere ridotta la propria libertà contrattuale a livello aziendale: «L'articolo 8 della manovra varata questa estate riserva nuovi spazi di contrattazione agli accordi aziendali nel quadro delle intese interconfederali». Insomma, se la Fiat fosse uscita da Confindustria 6 mesi fa, per Ichino sarebbe stato comprensibile. Ma ora no, per la presenza dell'accordo interconfederale su rappresentanza, erga omnes e modifiche contrattuali, e dell'articolo 8. E le righe aggiunte il 21 settembre, al momento della firma definitiva, non hanno l'effetto di depotenziare l'articolo 8. Anzi: «La norma dice ciò che è scritto in quell'intesa integrativa».
Ichino ma anche altri giuslavoristi sono di questa opinione, da Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro all'Università La Sapienza di Roma, a Michel Martone, professore di diritto del lavoro alla Scuola Superiore della Pubblica amministrazione. Di parere opposto è Giacinto Favalli, avvocato dello studio Trifirò & partners, con una lunghissima esperienza in materia di lavoro (e che ha difeso la Fiat nella causa intentata dalla Fiom sul contratto di Pomigliano). «Al di là della buona fede di chi ha firmato la postilla all'accordo del 28 giugno, ci sono molti elementi che inducono a pensare a un indebolimento dell'articolo 8». Quella frase, su cui si sofferma la lettera della Fiat, secondo Favalli, «rimette al centro della disciplina futura la contrattazione collettiva, con una maggiore centralizzazione dei rapporti sindacali. Nell'articolo 8 invece il fulcro è la contrattazione aziendale». Oltre alle questioni tecniche, secondo Favalli, anche i commenti che sono seguiti alla firma da parte del sindacato hanno dato un segnale della volontà di limitare l'applicazione dell'articolo 8. «Tirando le somme il segnale che manda la Fiat è di voler uscire da un sistema di relazioni sindacali complesse per puntare a una maggiore snellezza, a un rapporto diretto tra le parti, che abbia il baricentro nel contratto aziendale. Del resto sono molti i Paesi che non hanno la contrattazione nazionale».
Secondo Maresca, però, alla Fiat si può presentare il problema di individuare gli interlocutori: «Cisl e Uil hanno firmato l'accordo del 21 settembre, prendendo una posizione condivisa dai rispettivi sindacati metalmeccanici. Decidendo di uscire da Confindustria si pone la questione di quali siano gli interlocutori sindacali con cui la Fiat vuole dialogare». Per Maresca la postilla all'accordo del 28 giugno «è il binario sul quale possono viaggiare le intese modificative, in un clima di coesione sociale». Tra l'altro, al punto 3 dell'accordo, sottolinea Maresca, si afferma che «la contrattazione aziendale si esercita per le materie delegate dal contratto nazionale di categoria o dalla legge». Quindi, «la modificabilità è ampia. Inoltre il contratto dei metalmeccanici, all'articolo 4 bis, afferma che tutto è derogabile tranne minimi tabellari, anzianità e elementi perequativi».
Per Martone la postilla è importante perché «ha un significato di coesione. Anche la Cgil ha accettato il principio delle modifiche al contratto nazionale e la tregua sindacale». La lettera non ne parla, ma dietro le quinte c'è anche il tema della rappresentanza. La Fiat, con Fabbrica Italia Pomigliano, è uscita da Confindustria per applicare le Rsa, composte solo da chi firma i contratti. «Ma è un problema - conclude Martone - che viene risolto con l'erga omnes per legge».
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