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Questo articolo è stato pubblicato il 28 novembre 2011 alle ore 18:04.

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C'è un filo nero che attraversa il calcio, cronaca color del piombo che non ha nulla a che fare con quella variopinta, un po' "cazzara", al massimo dai contorni rosa che fa da cornice al pallone. Troppi fatti e troppi filoni di indagine, uno diverso dall'altro che ci trasferiscono dal "Processo del lunedì" ai commissariati veri. Non la si può spiegare come fa De Laurentiis, dicendo che in tempi di crisi non è da furbi esibire la ricchezza per strada. E poi il presidente del Napoli è il primo a sapere benissimo che non è solo così. Pistola in faccia e rapine, prima nella villa di Cavani e subito dopo addosso alle compagne di Hamsik (alla vigilia di Napoli-City) e Lavezzi. Colpito il punto debole – gli affetti – delle tre superstar. Chi vuole pensi pure a una coincidenza, ma per i blogger napoletani, che la sanno lunga, sono messaggi chiari lanciati dalla criminalità organizzata verso chi (De Laurentiis stesso?) ha forse spezzato certi legami, certe alleanze perverse, una certa tradizione secondo la quale chi infilava quella maglia non poteva essere toccato. Con grande attenzione alle parole, Pasquale Marino, oggi direttore dell'Atalanta e storico ds del Napoli di Maradona, ha ammesso che «effettivamente che ci siano i tre episodi uno dietro l'altro è una cosa strana. Negli anni degli scudetti noi sapevamo di essere l'orgoglio di Napoli e nessuno poteva toccarci. Questo fatto che ora si vada sui familiari dei giocatori mi pare strano, perché non appartiene alla mentalità dei tifosi napoletani. Quello che è successo mi ha sorpreso molto».

Qui bisognerebbe affondare le mani nella melma delle ipotesi, che arrivano fino al fondo delle collusioni tra la squadra degli scudetti e il suo re Diego e la camorra. Lasciamo fare ad altri, per saltare, noi, ad altre inquietudini. Che sono quelle di chi vive di calcio, è ricco, invidiato, esposto a molti venti. Anche quelli che agitano l'anima. Gary Speed era stato un buon giocatore con una bella carriera di calcio inglese. Ora, a 42 anni, era ct del Galles. Si è impiccato a casa sua all'alba di domenica mattina. E la sua storia si aggiunge a quella di Babak Rafati, l'arbitro tedesco che dieci giorni fa si è tagliato le vene in una stanza d'albergo di Colonia poche ore prima di una partita che doveva dirigere. A quell'altra arrivata sabato dalla Serie B belga di Chris Schelstraete, guardalinee di 37 anni, che ha pure tentato di recidersi le vene con un coltello in spogliatoio prima di Tubize-Bruxelles: salvato dall'intervento di un dirigente del club di casa che ha visto del sangue sotto la porta. Sembra un film di Tarantino e invece è un football movie che non vogliamo vedere.

O se succede, vorremmo rimuovere subito, per non ricordare precedenti puntate, come quella di Robert Enke, portiere dell'Hannover e della nazionale tedesca, che nel novembre del 2009 si suicidò lanciandosi a 32 anni contro un treno in corsa. Era in cura per depressione dal 2003 ma nessuno lo sapeva. «Si vergognava della sua malattia», raccontò la moglie: «Era ossessionato dalla paura di fallire». Potremmo proseguire abbastanza a lungo, con casi dagli esiti meno drammatici, quanto a noi più vicini, come la depressione di Buffon, Vieri, Adriano, Pessotto. Potremmo ritornare sulla tragica fine di Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma di Falcao o su quella eclatante di Marco Pantani.

O ricordare un nome a molti sconosciuto, quello di Martin Bengtsson che era un giovane talento dell'Inter. Tentò il suicidio tagliandosi le vene dei polsi. Fu salvato ma da allora ha scelto di allontanarsi per sempre dal sistema calcio «che ti tratta come una macchina: se non funzioni avanti un altro», come ha poi scritto in un libro. Ma tutto questo per arrivare dove? Da nessuna parte. Soltanto a dire che ai cocchi ricchi e viziati che giocano per lavoro e che sono al centro di tutti i nostri demagogici discorsi, più strillati che mai in tempi di crisi, arriva un conto, se vogliamo diverso dal nostro. E possono non bastare tutti i soldi del mondo per pagarlo.

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