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Questo articolo è stato pubblicato il 29 novembre 2011 alle ore 06:37.

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LUGANO. Dal nostro inviato
Da qualche mese la Svizzera è balzata in cima alla lista dei Paesi verso cui le nostre esportazioni crescono di più, a tassi del 30-40% su base annua. Altro che i Brics. Ma la forza della manifattura italiana non c'entra nulla. A spingere così in alto sono le esportazioni di lingotti, «oro greggio non monetario», per attenersi alla definizione dell'Istat, i cui dati descrivono – senza margini di incertezza – un flusso di capitali italiani in fuga al di là delle Alpi, spinti dalle attese misure fiscali sui patrimoni e dai timori di break-up dell'euro.
L'export di oro fisico in Svizzera ad agosto è cresciuto in valore del 141,3% rispetto ad un anno prima. A settembre, nonostante il piccolo calo delle quotazioni l'aumento è stato del 157,7%. Non è ancora disponibile il dato disaggregato di ottobre, ma a giudicare dai flussi totali il fiume d'oro, alimentato dalle crescenti incertezze sulla tenuta dei conti italiani e dell'intera zona euro, non solo non si è interrotto ma potrebbe essere aumentato ancora. In volume la crescita è stata più contenuta, ma sempre comunque nell'ordine dell'80-90% rispetto agli stessi mesi del 2010.
Solo in settembre hanno valicato le Alpi più di 13 tonnellate di lingotti, quasi il doppio rispetto ad un anno prima e comunque molto di più della media dell'ultimo anno. «La crescita era iniziata già a metà dell'anno scorso ma ora è letteralmente esplosa» spiegano gestori di patrimoni e società fiduciarie a Lugano. E basta un rapido giro in città per comprendere che accanto a questo flusso ufficiale ce n'è un altro, parallelo, ma non registrato dalle statistiche, fatto di trasporti personali più o meno piccoli, e non quantificabile. «La gente è spaventata e questo è il modo più classico per cercare di proteggere il capitale. Nel primo caso è alla luce del sole e molto spesso riguarda il ritorno in Svizzera di asset che avevano beneficiato dello scudo fiscale. Nel secondo no». A comprare «sono cittadini italiani attraverso le banche» assicurano gli intermediari, con il duplice scopo di sottrarre i capitali alla patrimoniale e salvarli al rischio di default dell'euro. Come dire, «due piccioni con... un lingotto». Inoltre, «l'oro ha il vantaggio di essere equiparabile ad un investimento in valuta, negoziabile, alla bisogna, in qualsiasi parte del mondo. E il rischio di un calo delle quotazioni può essere compensato dal cambio».
Bolle a parte, l'operazione nasconde anche altri rischi. Poiché in tutto il Ticino, e non solo a Lugano, da tempo sono esaurite le cassette di sicurezza, l'oro fisico acquistato attraverso la banca (si vocifera che a Lugano, per forza di cose, la più attiva sia Ubs) non viene ritirato e resta in deposito presso l'istituto di credito che lo inserisce nel conto patrimoniale del cliente. Questo non è un dettaglio di poco conto. La portavoce della Swiss Bankers Association ha spiegato che in base agli accordi già siglati dalla Svizzera con Regno Unito e Germania i «conti in metalli preziosi» sono inclusi tra gli asset rilevanti su cui si applica la tassazione. Non solo: l'imposizione viene determinata in modo retroattivo (il 31 dicembre 2010 nel caso dei due accordi con Londra e Berlino). «Dunque convertire oggi la liquidità in lingotti non sottrae il capitale alla tassazione».
Non solo: un deposito in oro presso la banca non è protetto neppure dall'eventuale default della stessa banca. Il fondo svizzero di garanzia sui depositi non garantisce l'oro depositato sui conti patrimoniali in quanto, afferma, «è un bene fisico e per sua natura si garantisce da solo». Ma in caso di fallimento della banca, quale commissario liquidatore si libererebbe così facilmente di giacenze in oro? Inoltre, poiché questi depositi in metallo prezioso non vengono ritirati, c'è il forte sospetto che le banche facciano un po' di leva. Quanta non si sa. E questo suggerisce ancora più prudenza. Che deve essere massima sugli Etf legati all'oro: molti non sono garantiti dal sottostante e si limitano a replicare un indice. Questo ha alimentato le quotazioni, legittimando tra i gestori non solo il sospetto che «non ci sia corrispondenza reale tra le quantità negoziate e quelle davvero disponibili ma anche la paura che prima o poi la bolla scoppi».
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