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Questo articolo è stato pubblicato il 16 dicembre 2011 alle ore 09:24.

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Sono stati scarrozzati per Milano a bordo di auto rigorosamente nere, con tutte le insegne del caso: "All Blacks All Milan", la scritta che campeggiava sulle fiancate, accompagnata dal simbolo arcinoto della felce d'argento, da World Champions 2011 (nel caso a qualcuno sia sfuggito l'esito finale del Mondiale concluso da quasi due mesi), dal logo della Adidas, il megasponsor a cui si deve questo giro d'onore intercontinentale che tocca anche l'Italia.
Come dire di no a un partner che nel corso di 20 anni, dal 1999 al 2019, finirà per versare qualcosa come 300 milioni di euro nelle casse della federazione neozelandese?

E allora eccoli qui. Quattro All Blacks: il capitano Richie McCaw, con tanto di stampelle, legate all'operazione cui si è "finalmente" potuto sottoporre, le due seconde linee Ali Williams e Sam Whitelock, l'estremo Israel Dagg, talento giovane e puro.
Di volta in volta diplomatici, ironici, acuti, stereotipati. Si sa, ad esempio, che il nuovo ct neozelandese sarà nominato a ore e non potrà non essere Steve Hansen, tra i vice di Graham Henry, il tecnico che ha riportato la Coppa del mondo in Nuova Zelanda dopo 24 anni. Chiedere a uno e chiedere a tutti è la stessa cosa. La risposta è la più politicamente corretta: "Hansen sarebbe perfettamente adatto al ruolo, ma non sta a noi decidere".

La finale con la Francia, vinta di un soffio, si è conclusa con una grande sensazione di sollievo, cui pochi giorni dopo ha lasciato spazio una grande gioia. La maledizione che ha colpito i mediani di mischia neozelandesi, con tre infortuni uno dopo l'altro? "Non abbiamo pensato a una specie di sortilegio - dice Williams - . Piuttosto, abbiamo dimostrato che la squadra è sopra di tutto".
Il discorso si sposta sui calendari sempre più congestionati. "Approvato" per il bene del gioco nell'emisfero Sud l'ingresso dell'Argentina accanto a Nuova Zelanda, Sudafrica e Australia nell'ormai ex Tri Nations, che dal 2012 si chiamerà semplicemente The Championship.

Non sarebbe meglio saltare il torneo nel 2015, per evitare - come quest'anno - di finirlo già mezzi stremati appena prima di giocare la Coppa del mondo? "In fondo - dice McCaw, soprassedendo sul fatto che ha disputato diverse partite con un piede rotto – abbiamo gestito abbastanza bene la situazione, anche se sì, effettivamente è stato un calendario duro. Ma il Championship si giocherà sicuramente nel 2015: ci guadagniamo anche noi giocatori".
Soldi, soldi, soldi. Come quelli che ha incassato la Nuova Zelanda con i Mondiali. "Certo, dal turismo è arrivata una buona mano - è sempre Richie a parlare -. Per il resto, si dice sempre che anche la nostra economia è influenzata dai risultati degli All Blacks. Di sicuro, stavolta è rimasto contento della vittoria a il primo ministro, John Key, che qualche settimana dopo è stato rieletto".

Anche la federazione ha fatto un mezzo bingo grazie a quella coppa che McCaw si era sempre rifiutato di toccare fino a quando l'ha meritata sul campo.
Però adesso quattro delle cinque franchigie neozelandesi del Super15 potrebbero essere date… in affitto: "E' un'idea da valutare bene - dice -. Serve equilibrio tra due necessità: giusto cercare di attirare capitali dall'estero, ma senza perdere il controllo sulle squadre".
Il rugby, specie quello iperprofessionale dei Kiwi, come un'azienda. Che si rivolge ai migliori manager sul mercato. Così Martin Snedden, il Ceo di New Zealand 2011, proveniva dalla federazione locale di cricket.

E adesso il nuovo Ceo della Union inglese è Ian Ritchie, dirigente sportivo con esperienza trentennale "prelevato" dall'All England Lawn Tennis Club, dove si svolge il torneo di Wimbledon. Possibile che la palla ovale non trovi al suo interno le figure adatte a ricoprire posizioni di vertice? "Dipende dalle singole persone - risponde il n.7 più blasonato del mondo - e dalla loro capacità di capire che cosa serve in quel momento al Paese, ai fan, alla squadra. Da noi Snedden ha fatto bene. E probabilmente un manager che ha curato un torneo di tennis tanto amato dagli inglesi saprà coinvolgerli al meglio".

Qualcuno parla dei fischi ai francesi durante la finale, non proprio in linea con il fair play. McCaw finge di non capire: "Può essere che nelle partite precedenti la Francia non abbia giocato tanto bene e sia stata fischiata dai suoi tifosi, ma in finale l'hanno sostenuta e basta". E i transalpini che sono avanzati fino a rischiare quasi il contatto durante la haka? "Non ci ha dato fastidio, con loro abbiamo una storia di combattimenti duri e valori condivisi". Proprio così. Combattimenti duri e valori condivisi. In cinque parole il capitano ha condensato tutta l'essenza del rugby.

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