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Questo articolo è stato pubblicato il 17 dicembre 2011 alle ore 08:12.

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ROMA
La questione delle frequenze tv, che montava da giorni, irrompe come uno tsunami sulla scena politica. La Camera accoglie tre ordini del giorno del Partito Democratico, Italia dei Valori e Lega, che impegnano il Governo a non procedere con l'assegnazione gratuita di sei frequenze televisive nazionali e a indire un'asta per la loro assegnazione onerosa. L'esecutivo prima ha cercato di far ritirare gli ordini del giorno, poi ha capito che sarebbero stati approvati con il voto favorevole dei tre partiti che li hanno presentati e l'astensione o il voto favorevole del Terzo Polo. Sarebbe stato un voto contro il Governo Monti.
Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, ha allora annunciato il parere favorevole ai tre ordini del giorno, che sono stati accolti dalla Camera senza alcun voto. Idv e Lega, in particolare, impegnano il governo ad annullare il beauty contest, ovvero la procedura pubblica per l'assegnazione di sei frequenze televisive nazionali di cui due, le migliori, con partecipazione aperta a Rai e Mediaset, favorite per ottenerle in base ai punteggi previsti dal Disciplinare e del Bando di gara, messi a punto da Paolo Romani quand'era ministro dello Sviluppo, secondo le regole approvate dall'Autorità per le Comunicazioni (Agcom).
Il Governo ora dovrà esaminare in dettaglio la questione del beauty contest e della procedura d'infrazione ancora aperta da parte della Commissione europea, anche perché è vero che un ordine del giorno non l'impegna formalmente, ma è anche difficile assegnare le frequenze facendo il contrario di quanto prevedono i tre ordini del giorno. I tre componenti della commissione istituita da Paolo Romani per valutare le domande delle dieci società partecipanti starebbero a buon punto per definire le graduatorie per ciascuno dei tre gruppi di frequenze da assegnare. I partecipanti si dichiarano pronti, a loro volta, a tutelare i propri interessi in caso di annullamento della procedura, «che attiverebbe investimenti per oltre 500 milioni di euro» ricordano a Prima Tv, la società del gruppo di Tarak Ben Ammar che partecipa per ottenere due frequenze. Il Governo rischia quindi di trovarsi tra due fuochi.
Gli ordini del giorno, come quello della Lega, chiedono che le frequenze vengano in ogni caso assegnate «a titolo oneroso», quindi con un incasso da parte dello Stato e non gratuitamente come nel beauty contest.
Tutto nasce dall'asta per le frequenze della banda in 800 Megahertz che ha generato quasi tre miliardi di euro sugli oltre 3,9 miliardi ottenuti complessivamente (erano in gara anche altre bande di frequenza) su uno spettro regolarmente assegnato alle televisioni locali, nove per ogni regione, che dovrebbero liberarle entro il 30 giugno 2012 e che si sono viste ridurre l'indennizzo previsto a 174,6 milioni rispetto ai 240 precedenti (45 dei quali andranno a misure di sostegno alle stesse emittenti locali).
In base a tale risultato si può valutare il valore delle frequenze televisive: tutte varrebbero 16 miliardi, quelle del beauty contest 2,4 miliardi: ma, attenzione, le frequenze valgono secondo l'uso che se ne fa e si può fare. Se la gara fosse finalizzata solo all'uso televisivo e non alla banda larga mobile per iPhone, iPad e tablet vari, il risultato sarebbe molto inferiore. Perché, come nel beauty contest, se vi partecipano operatori verticalmente integrati, che hanno già la capacità trasmissiva di quattro multiplex e una enorme library di diritti, come Rai e Mediaset, non è chiaro chi potrebbe e vorrebbe competere in competizione con loro.
A meno di non riservare la gara solo agli operatori di rete separati dagli editori: e, allora, potrebbero competere anche soggetti europei come la francese Tdf e la britannica Arqiva. Operazione quasi impossibile per un Governo con il Pdl in maggioranza.
Comunque le frequenze televisice, in futuro, varranno ancora di più e l'Europa, nel 2015, chiederà di vendere un'altra parte della banda usata dalle tv per la banda mobile. Darle gratuitamente a chi ha una posizione dominante appare un'azione contraria a ogni apertura del mercato in nome della concorrenza e del pluralismo. Ma un'asta, con l'attuale assetto del sistema, rischia di andare davvero deserta.
marco.mele@ilsole24ore.com
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