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Questo articolo è stato pubblicato il 28 dicembre 2011 alle ore 06:37.

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Un «bazooka» che spara a salve, per alcuni addirittura un potenziale boomerang. I commenti che circolano di questi tempi fra operatori e analisti sull'esito dell'asta a 3 anni con cui la Bce ha inondato di denaro le banche dell'eurosistema non sono certo fra i più lusinghieri. Nella mente di molti l'operazione doveva rappresentare l'arma in più, quella in grado di aiutare gli istituti di credito da tempo in difficoltà nella raccolta di fondi, di dare linfa vitale a famiglie e imprese e pure di risollevare le sorti dei titoli di Stato dei Paesi più inguaiati col debito.
Per il momento, però, dietro alla «soluzione finale» sembra nascondersi il più classico dei flop: gran parte dei 489 miliardi ritirati mercoledì al Bancomat di Francoforte sono già tornati nel grembo della Bce. Venerdì scorso, due giorni dopo la maxi-asta, il quantitativo di denaro depositato per una notte presso la Banca centrale è risultato pari a 411 miliardi, una cifra da record, superiore di 167 miliardi rispetto a quella di due giorni prima. E soprattutto un controsenso, visto che quel denaro che è stato pagato l'1% viene adesso remunerato per appena lo 0,25%: si tratterebbe, come non mancano di sottolineare le voci più critiche, di un «carry trade» al contrario, altro che facile guadagno da ottenere attraverso l'acquisto di BTp dal rendimento del 6-7 per cento.
Eppure i giudizi sembrano ingenerosi, e in qualche modo pure poco corretti: la dinamica dei depositi è anzitutto legata al periodo di mantenimento delle riserve che ciascun istituto di credito deve obbligatoriamente mantenere presso la Banca centrale nazionale del proprio Paese. L'ammontare cresce infatti di solito giorno dopo giorno fino alla fine del periodo di mantenimento (che per questo mese scade il 17 gennaio) e quindi il record di venerdì sarà con tutta probabilità destinato a essere immediatamente ritoccato. È pur vero che il valore complessivo delle riserve obbligatorie (207 miliardi) è circa la metà di quanto depositato, ma non si poteva certo pensare che le banche fossero in grado di reimpiegare immediatamente il denaro preso a prestito proprio a ridosso di Natale.
Esiste in questo senso il precedente del giugno 2009: allora la Bce effettuò la prima grande asta a lungo termine allocando 442 miliardi di euro a 12 mesi, denaro che le banche tennero parcheggiato nella «deposit facility» per alcune settimane prima di reimpiegarlo a poco a poco, concedendo prestiti e andando anche in alcuni casi ad acquistare per fini speculativi quei titoli greci dai rendimenti roboanti che di lì a qualche mese avrebbero messo in serio pericolo i loro stessi bilanci.
Per questo, prima di valutare la portata dell'operazione dell'istituto centrale occorrerà attendere almeno qualche settimana: il tempo di concedere alle banche di formulare le strategie di investimento e di impiego per il nuovo anno (difficile prendere posizione proprio in questi giorni) e anche il tempo per la Bce di dispiegare tutto il potenziale di armi «non convenzionali» annunciate l'8 dicembre. Una, tra le iniziative adottate dall'Eurotower, è in grado di influire direttamente sulla misura dei depositi: il dimezzamento dal 2% all'1% del coefficiente di riserva obbligatorio. Le nuove norme entreranno in vigore dal 18 gennaio e permetteranno alle banche di liberare ulteriori risorse per 100 miliardi. Difficile capire se poi questo denaro sarà effettivamente impiegato per finanziare clienti o acquistare titoli di Stato: già la liquidità in eccesso nel sistema sfiora i 470 miliardi, il problema è convincere le banche a farla circolare.
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