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Questo articolo è stato pubblicato il 31 dicembre 2011 alle ore 08:14.

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«In alcuni luoghi sembrava ci fosse un po' di confusione. Ma non c'era nulla che facesse paura». È in fondo una definizione originale della rivolta siriana in corso da dieci mesi, quella del sudanese Mustafa al-Dabi, il capo degli osservatori della Lega Araba: se non esattamente corretta, almeno spiritosa. Una quarantina di morti solo ieri, e 130 da quando sono arrivati gli osservatori, non possono fare paura ad al-Dabi, un ex generale e capo dei servizi segreti militari del Sudan: un regime repressivo quanto quello siriano.
Ma i siriani, chiusi da marzo nella loro sanguinosa gabbia, continuano a credere che la missione della Lega Araba - finora una sessantina di persone incaricate di monitorare l'attuazione del piano di pace concordato con il regime - possa funzionare, che alla fine denuncerà la repressione del regime e svelerà al mondo la qualità della resistenza dell'opposizione. «Questo venerdì è diverso da tutti gli altri, è un giorno decisivo: la gente vuole incontrare gli osservatori e raccontare le sue sofferenze», spiegava ieri all'agenzia Reuters un tale Abu Hissam di Hama. Chiunque sia Abu Hissam, la sua dichiarazione è commovente: dimostra la voglia di normalità che i siriani non ricordano di avere mai conosciuto.
Tutti gli organizzatori delle rivolte in ogni città hanno chiesto alla gente di scendere in strada appunto per dimostrare alla missione inviata dalla Lega Araba le dimensioni della resistenza al regime di Bashar Assad. Nell'attesa che gli osservatori si facessero vivi dalle loro parti, ieri nove siriani sarebbero morti a Hama, sei a Deraa, sei a Idlib, quattro a Tal Kalak, vicino alla frontiera libanese. A metà pomeriggio il bilancio era arrivato a 32 morti, in serata a una quarantina. Sarebbero 130 le vittime da quando, lunedì, sono arrivati gli osservatori e 5mila da marzo, secondo le Nazioni Unite.
La presenza della missione della Lega araba «ha spezzato il muro della paura» siriana, è convinto Rami Abdul-Rahman dell'Osservatorio siriano per i diritti umani che sta a Londra, un osservatorio troppo lontano per essere completamente credibile. Secondo Abdul-Rahman ieri solo nella provincia di Idlib, nel Nordovest del Paese, avrebbero manifestato in 250mila: un record nella rivolta siriana. Ma nonostante la presenza di quelli che l'opposizione continua a pensare siano "i nostri", il regime picchia sempre più duro e i morti aumentano.
L'amministrazione americana insiste a dire che un giudizio sulla missione di monitoraggio della Lega araba bisogna darlo solo alla fine: per il momento bisogna lasciarli lavorare. Anche la Francia, per bocca di Bernard Valero, portavoce del ministero degli Esteri, definisce «prematuro» qualsiasi tipo di giudizio sull'esito della missione. Ma i sospetti crescono sempre di più. Il Free Syrian Army, l'unica organizzazione armata dell'opposizione al regime, ha chiesto di incontrare gli osservatori arabi ma non ha avuto nemmeno una risposta. «Non ci hanno lasciato nessun numero di telefono né ci hanno chiamato loro», dice perplesso il colonnello Riad al-Asaad del libero esercito. Il Free Syrian Army, che sostiene di avere una forza di 10mila uomini, l'altro ieri ha anche annunciato la sospensione degli attacchi armati al regime per tutta la durata della missione della Lega.
È soprattutto sul capo degli osservatori che le perplessità si sono fatte sospetti e i sospetti certezze negative. Il sessantatreenne Mustafa al-Dabi era capo dei direttorato dei servizi segreti militari nel 1989, quando Omar al-Bashir andò al potere con un colpo di stato. Un periodo, ricorda Amnesty International, «segnato da arresti e detenzioni arbitrarie, scomparse e torture». Sarebbe stato lui, pochi anni dopo, a ordinare il processo sommario e la fucilazione di 28 ufficiali che avevano cercato di far cadere il regime di Bashir. In questi ultimi anni al-Dabi si sarebbe rifatto una reputazione negoziando, insieme al Qatar e con le Nazioni Unite, l'indipendenza del Darfour. Ma la sua fama resta quella del generale di uno dei peggiori regimi del mondo arabo.
«La decisione di nominare come capo degli osservatori della Lega, un generale sudanese sul quale pendono gravi violazioni dei diritti umani - scrive Amnesty International in una nota che sa di protesta - rischia di minare gli sforzi e la credibilità della missione».
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