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Questo articolo è stato pubblicato il 12 gennaio 2012 alle ore 08:13.

Acquisti liberi di almeno il 20% di carburante all'ingrosso, a prescindere dal marchio del distributore. Che comincerà così a perdere le sue caratteristiche identificative sul prodotto. Anche perché le compagnie petrolifere dovranno cedere a nuovi imprenditori o a consorzi degli attuali gestori almeno un terzo delle attuali stazioni di servizio. Stazioni che nel frattempo, sull'onda di un nuovo e più elastico regime contrattuale tra i gestori e i proprietari degli impianti (niente più contratti in esclusiva) potranno diventare polifunzionali, ricche di prodotti e servizi: tabacchi, bevande, giornali e comunque tutto ciò che è consentito «dalla vigente normativa».

Il modello sarà quello dello shopping integrato, trainato magari dal prezzo scontato sulla benzina, così come ormai accade per tutti gli altri cittadini-automobilisti europei. Un modello già applicato anche da noi negli impianti "no logo" immersi (ma sono ancora relativamente pochi) nei centri commerciali. E che, una volta applicato su tutta la rete, potrà contribuire – questo almeno l'intendimento della riforma - a calmierare anche da noi i prezzi di benzina e gasolio sui quali l'Italia ha un poco invidiabile record.

Riforma pesantissima quella della distribuzione dei carburanti messa nuovamente in campo dal Governo dopo qualche apparente ripensamento (era nel primo schema del piano di rilancio economico, ma poi era stata momentaneamente accantonata).
Va detto che la bozza è ancora in corso di modifica (limature si sono susseguite anche ieri sera) sull'onda di un confronto tra le parti in causa. Innanzitutto con i petrolieri, che non gradiscono affatto una delle misure oggettivamente più dirompenti: la possibilità per i gestori di rifornirsi liberamente dei carburanti all'ingrosso «da qualsiasi produttore o rivenditore», anche se questa possibilità sarebbe limitata, almeno in una prima fase, al 20% dei volumi del venduto relativi all'anno precedente per i gestori degli impianti ancora di proprietà diretta delle compagnie petrolifere.
Percentuale che salirebbe però al 50% nel caso di impianti che hanno semplicemente un marchio delle compagnie e la cui proprietà è riconducibile al gestore.

E qui si inserisce l'altro pezzo forte, e inevitabilmente controverso, della riforma: la vendita obbligata da parte delle compagnie petrolifere, per «favorire le dinamiche concorrenziali e l'efficienza della rete», di un terzo degli impianti di loro proprietà. Ad acquistare potranno essere gli attuali gestori o anche «ogni altro soggetto imprenditoriale che non operi già nel settore».
Il riscatto sarà «subordinato al pagamento di un indennizzo che tenga conto degli investimenti fatti, degli ammortamenti in relazione ai canoni già pagati, dell'avviamento e degli andamenti del fatturato, secondo criteri definiti dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas» e si esercita «nei confronti degli impianti individuati dal proprietario attuale, che abbiano un fatturato non inferiore a quello medio registrato nel 2011 sul totale degli impianti di cui il medesimo soggetto dispone».
In caso di disaccordo sull'indennizzo deciderà «previo contraddittorio» direttamente l'Autorità per l'energia. Che avrà, nel caso, una nuova e poderosa gatta da pelare.

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