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Questo articolo è stato pubblicato il 12 gennaio 2012 alle ore 06:38.

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ROMA
Una «pausa di riflessione»: così spiegano a Palazzo della Consulta la decisione - presa alle sette di sera - di rinviare a stamattina il voto sui due referendum elettorali. Un rinvio «tecnico», poiché ieri non si è andati molto oltre un primo giro di tavolo, e tuttavia inatteso persino nel Palazzo, dove il verdetto era previsto in giornata. Le indiscrezioni, però, confermano la fotografia della vigilia (si veda Il Sole 24 Ore di ieri), e cioè una (larga) maggioranza ancora orientata a bocciare i quesiti per l'abrogazione del Porcellum, accompagnata da una «segnalazione» al Parlamento dei punti critici della legge del 2005, che va cambiata. Il fronte del sì all'ammissibilità (minoritario) non ha fatto breccia ma si è fatto strada, se non tecnicamente, "emotivamente", e spera ancora di farcela, facendo leva su quel milione e 200mila cittadini che hanno sottoscritto i quesiti, sull'effetto trainante che avrebbe il referendum rispetto all'approvazione rapida di una nuova legge elettorale, sulla preoccupazione che una bocciatura possa rendere in futuro quasi impossibile un referendum elettorale, compromettendo così l'effettività delle garanzie democratiche. Argomenti sensibili, soprattutto per chi si sente (co)stretto nell'angolo dell'inammissibilità dai paletti della precedente giurisprudenza. Ciò nonostante, la strada del via libera alla consultazione popolare «resta in salita», per non dire che sembra impossibile.
Fino alla conta finale prevista per oggi, però, i giochi restano aperti. Nel vivo della discussione si entrerà stamattina, ma dopo il primo giro di tavolo, la maggioranza della Corte resta convinta che la soluzione più corretta tecnicamente sia il «no» a entrambi i quesiti, accompagnato da un monito al Parlamento a rivedere il Porcellum. Un monito simile (magari più incisivo e articolato) di quello contenuto nella sentenza n. 15 del 2008, che «segnalò» alle Camere «l'esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l'attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e/o di seggi».
Sul tavolo sono state messe anche altre soluzioni, come quella di limitare l'ammissibilità al secondo quesito (abrogazione parziale, ma di fatto totale) o quella (proposta per la prima volta dai promotori, in mattinata) di sollevare d'ufficio la questione di legittimità costituzionale del Porcellum, sospendendo il giudizio sul referendum in attesa della decisione. Una soluzione per certi versi di "mediazione", ma non priva anch'essa di ostacoli tecnici da superare.
Per ora la Consulta sembra aver accolto l'auspicio espresso in mattinata da Vincenzo Palumbo, uno degli avvocati del Comitato promotore, ascoltati in udienza: «Ci aspettiamo che la Corte - ha detto - prima di dirci un eventuale no ci pensi almeno un milione e duecentomila volte, tante quanti sono stati i cittadini che chiedono di modificare il Porcellum». A Palazzo della Consulta erano presenti, per il Comitato promotore del referendum, Andrea Morrone, Arturo Parisi e il leader dell'Idv Antonio Di Pietro. L'udienza (a porte chiuse) è iniziata con la relazione del giudice Sabino Cassese, poi hanno parlato gli avvocati e dopo un paio d'ore la Corte si è ritirata in camera di consiglio. In agenda aveva anche tre questioni minori, che però hanno rubato spazio alla discussione sui referendum, allungandone i tempi rispetto alle previsioni. Perciò non si è andati molto oltre il primo giro di tavolo, aperto da Cassese che, secondo indiscrezioni, si sarebbe espresso per una sentenza di inammissibilità, con monito al Parlamento per cambiare la legge. Uno ad uno, gli altri giudici hanno illustrato la propria posizione, chi facendo riferimento al "vincolo" della giurispudenza, chi cercando di superarlo. Tutti consapevoli della delicatezza giuridica, ma anche delle implicazioni politico-istituzionali della decisione. E del «peso» di quel milione e 200mila firme.
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I QUESITI SULLA LEGGE ELETTORALE

Obiettivo abrogare il Porcellum
I due quesiti sui quali la Consulta si pronuncierà oggi mirano entrambi ad abrogare il cosiddetto Porcellum con il quale si è votato nel 2006 e nel 2008: liste bloccate, proporzionale con premio di maggioranza, soglie di sbarramento dal 2 all'8% per partiti coalizzati e non. L'obiettivo dei referendari è il ripristino della legge precedente, il "Mattarellum": un sistema misto in base al quale i seggi sono assegnati per il 75% mediante l'elezione di candidati in collegi uninominali e per il restante 25% con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 4%
Per maggiore sicurezza i referendari hanno deciso di presentare due quesiti con lo stesso obiettivo. Il primo quesito (colore blu) propone l'abrogazione in blocco di tutte le disposizioni di modifica della disciplina elettorale per la Camera e per il Senato introdotte dalla legge n. 270 del 2005 (appunto il Porcellum). Il secondo quesito (coloro rosso) è di tipo «parziale» perché mira ad abrogare non l'intera legge ma le singole modifiche (72) apportate al procedimento precedente (il Mattarellum)

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