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Questo articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2012 alle ore 07:46.

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DAMASCO. Dal nostro inviato
Come è accaduto che uno dei regimi in apparenza più saldi del Medio Oriente ha perso il controllo? Una risposta viene anche dai tragici eventi di Homs, da quelle strade grigie di quartieri slabbrati e anonimi che ovunque crescono inarrestabili cancellando l'identità di un Paese aggrappato all'immagine di un mosaico tollerante di religioni, etnie e confessioni.
L'Hotel Ferdoss si è ormai svuotato di giornalisti e il giorno dopo l'uccisione di Gilles Jacquier l'atmosfera è cupa, si anima soltanto quando compare Mireille Abi Nader, collaboratrice libanese di France 2: «È morto da eroe, eravamo insieme quando è cominciata la seconda raffica di mortai e lui correndo si è gettato su di me per proteggermi: io ho preso soltanto una scheggia in un piede, le altre lo hanno ucciso sul colpo». Mireille, sotto shock, aggiunge qualche particolare interessante sul loro viaggio in Siria. Si trattava di un gruppo di giornalisti formato da Issa al-Ayubi, uomo politico e studioso siriano basato a Parigi che aveva preso accordi direttamente con Damasco: i media stranieri avrebbero dovuto aderire a un programma preparato dal ministero dell'Informazione.
Niente, secondo il regime, doveva essere lasciato al caso, tanto meno nelle zone calde come Homs. La situazione è invece sfuggita di mano, le procedure di sicurezza sono saltate, più per lassismo che per una precisa volontà. La commisione d'inchiesta annunciata dalle autorità per indagare sui fatti dovrebbe appurare in realtà che cosa è la Siria di oggi: un apparato burocratico ad alta inefficienza, ovviamente corrotto e forse irriformabile.
A Damasco c'è qualche cosa che Bashar Assad vede soltanto dall'alto del palazzo presidenziale isolato su una collina: ed è proprio la sua capitale, con immense periferie che gli devono apparire una distesa inestricabile, sempre più ampia e incontrollabile. La Grande Damasco, sei milioni di abitanti - qualche tempo fa erano uno e mezzo - divora le campagne, erode il territorio e sta scavando la fossa anche al regime.
Entrando in città da Sud si attraversa Adam, una delle mete dell'immigrazione rurale sunnita: case come scatole, vie di fango, servizi inesistenti e gli shebab appostati per avvistare i rastrellamenti delle forze speciali. Il 50% delle abitazioni della capitale sono illegali, alloggi di fortuna spuntati anche con le ondate dei profughi delle guerre mediorientali: ci sono 620mila palestinesi, un milione di iracheni e il tasso di crescita demografico sfiora il 2,5-3 per cento.
Questo, a differenza del vicino Libano, era uno Stato forte, con ritmi di crescita lenti ma costanti scanditi dai piani quinquennali: una sorta di Jugoslavia araba sotto l'ala protettrice di Mosca. Abbandonati i sogni di parità strategica con Israele, al quale Assad padre aveva ceduto il Golan, con la fine del dirigismo economico e una certa liberalizzazione i problemi invece di attenuarsi si sono aggravati: la Siria e il suo regime scontano l'emergenza demografica e una crisi aggravata dall'embargo: «Abbiamo già svalutato la moneta e l'inflazione è balzata a due cifre», ammette il ministro dell'Economia Mohammed Nidal Shaar.
Con i loro quartieri informali e disordinati, i grandi agglomerati urbani, da Damasco a Homs, ad Hama, sono diventati degli spazi aperti ai gruppi concorrenti del potere e del partito Baath, come i Fratelli musulmani o più recentemente i Salafiti. Per frenare l'onda montante il regime ha adottato l'unico strumento che conosceva, il clentelismo. Ma quando con la crisi finanziaria non ha più distribuito posti di lavoro e sussidi a sufficienza lo stato di Bashar, come quello di Ben Ali caduto un anno fa in Tunisia, si è ritirato nel clan e nel capitalismo di famiglia, in cima a quella collina dove ora guarda un orizzonte che riconosce a stento e tratta come un nemico.
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