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Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2012 alle ore 08:10.

Un'idea di quanto potrebbe succedere domani, all'apertura dei mercati, ce l'ha data il future sull'indice euro Stoxx50 che continua a essere trattato anche dopo la chiusura delle borse. Alle 22.00 di venerdì notte, valeva appena qualche centesimo meno delle 17.30, segnalando che la bufera promessa da Standard & Poor's aveva sortito solo qualche isolata raffica di vento.

Del resto, venerdì i mercati avevano avuto tempo per conoscere e valutare la decisione di S&P, poiché indiscrezioni abbastanza corrette avevano già iniziato a circolare nel primo pomeriggio, quando gli effetti del dowgrading s'era scaricati soprattutto sul cambio euro dollaro. Il quale, alle 22.00, ossia alla chiusura di Wall Street, si ritrovava semmai impercettibilmente più alto di qualche ora prima. Allo stesso modo, l'Etf ultra short sull'euro (uno degli strumenti più cari alla speculazione internazionale contro la valuta europea) aveva chiuso a Wall Street sotto i massimi della seduta.

Le probabilità di non vedere domani grandi scossoni sui mercati finanziari parrebbero dunque elevate, tanto più considerando che Wall Street è chiusa per festività e la furia ribassista degli investitori internazionali, eventualmente riaccesa dai giudizi di S&P, potrebbe scatenarsi solo attraverso la piazza di Londra. Qualche incognita in più resta invece sui mercati obbligazionari, sui quali non si escludono vendite, specie sui titoli di Stato di più lunga durata. Ma anche a questo riguardo non pare di percepire grossi allarmi dal mondo degli hedge fund londinesi.

Qualche gestore fa notare che alcuni fondi obbligazionari specializzati sui titoli a tripla A sarebbero costretti a vendere i bond francesi o quelli austriaci: per quanto sia improbabile che i gestori si siano lasciati spiazzare da S&P, visto che le voci di un possibile giudizio ribassato sulla Francia giravano da tempo. Qualche vendita potrebbe arrivare anche sui nostri Btp, poiché i fondi che investono in titoli investment grading (ossia dalla tripla B in su) potrebbero cominciare ad alleggerire la quota rimasta in debito pubblico italiano, visto che la vera sorpresa riservataci da S&P è stata, non tanto il rating abbassato di due gradini (a BBB+), quanto l'outlook (scenario) negativo.

Ma di Btp in mano ai fondi internazionali, dopo la bufera scatenatasi a fine giugno, ne sono rimasti assai pochi. Più che vendite, dunque, potremmo aspettarci una minor propensione ad acquistare. Ma anche in questo caso, nonostante la schiarita che s'era intravista sui mercati nella passata settimana, nessuno s'era fatto illusioni. Tra i gestori c'è anche qualcuno che prospetta una tesi estrema e sorprendente: che la severa bocciatura di Standard & Poor's a più di mezza Europa possa invece essere un'occasione d'acquisto. È possibile, visto che dal giorno in cui l'agenzia prese la clamorosa decisione di togliere la tripla A al debito pubblico americano (6 agosto), il rendimento dei Treasury decennali s'è ridotto di ben 70 centesimi (i titoli si sono dunque apprezzati) e quello dei quinquennali ha toccato il minimo storico allo 0,75%.

Infine, occorre notare come la potenziale carica distruttiva delle agenzie di rating sia svanita da tempo: un po' perché, dopo il caso Enron (nel 2001), hanno perso tutte in credibilità e soprattutto perché i loro giudizi seguono sempre a grande distanza i movimenti dei mercati. Più che analizzare la situazione economico e finanziaria di un'impresa o di uno Stato sovrano, le agenzie prendono atto di quanto i mercati hanno già decretato da tempo. Qualsiasi operatore sa bene che rendimenti al 7% e uno spread sul Bund oltre il 5%, come esprimono i nostri Btp, non sono da rating «A». E sa altrettanto bene che gli Oat francesi, rendendo l'1,5% più dei Bund, devono per forza essere valutati uno scalino meno della tripla A.

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