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Questo articolo è stato pubblicato il 11 febbraio 2012 alle ore 08:13.

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Nella Siria scossa dalla violenza, Aleppo sembrava saldamente in mano al regime di Damasco. Nella città più popolosa della Siria, detta anche esh-Sheba, "la grigia", a causa del colore delle antiche abitazioni in roccia calcarea, le manifestazioni contro il presidente Bashar al-Assad erano state poche, e tutto sommato contenute. Il grave attentato di ieri contro una base militare - le vittime sarebbero 28 e i feriti 235 - è l'ennesimo segnale di come il Paese stia lentamente scivolando verso una guerra civile dalle conseguenze imprevedibili.
Si pensava che i businessman della capitale commerciale della Siria, il centro più popoloso e multietnico del Paese dove vivono arabi, armeni, curdi, circassi e turchi cristiani, non fossero entusiasti all'idea della rivolta. Una parte consistente della grande comunità cristiana - nel mondo arabo solo Beirut e il Cairo ne vantano una maggiore - aveva preferito non esporsi direttamente nella protesta.
Ancora poco chiara la dinamica dell'attentato. Sembra che due ordigni siano esplosi davanti a un edificio della sicurezza militare, distruggendone la facciata. Ma, ancora una volta, non sono arrivate rivendicazioni. Se in un primo tempo era corsa voce che il Libero esercito siriano, l'armata rivoluzionaria formata da soldati disertori, avesse parlato con l'agenzia spagnola Efe di «risposta al bombardamento del regime contro Homs», poco dopo i vertici del comando dei ribelli hanno smentito accusando del massacro il regime: «Lo hanno fatto per distogliere l'attenzione da quello che stanno facendo a Homs». La città epicentro della rivolta, dove sono stati uccisi secondo gli attivisti oltre 400 civili, è stata ancora bombardata dall'esercito. Scontata la versione del regime: l'attentato di Aleppo sarebbe opera di "terroristi" sostenuti da non meglio definiti Paesi arabi e occidentali.
Settimana dopo settimana, il destino della rivolta appare sempre più segnato: una sanguinosa guerra civile come quella avvenuta in Libia, ma con delle differenze sostanziali. Al contrario della Libia l'opposizione siriana non ha per ora il sostegno di un intervento militare internazionale. E il Paese, inoltre, è molto più complesso dell'ex regno di Muammar Gheddafi. La Siria è un calderone multietnico e multi confessionale, dove la minoranza alawita (sciiti duodecimani), deve comunque fronteggiare una grande maggioranza sunnita che riscuote le simpatie di alcuni Paesi vicini, in prima fila l'Arabia Saudita. Inoltre la Libia non aveva il sostegno di una potenza mondiale del calibro della Russia, e di una regionale come l'Iran.
L'esercito siriano, i cui vertici sono retti dalla minoranza alawita, è ancora molto più forte rispetto all'armata dei rivoluzionari. Ma l'emorragia di cui soffre potrebbe col tempo rivelarsi fatale. Sarebbero ormai migliaia, sostengono i ribelli, i militari passati nelle loro file. Senza contare che la loro capacità offensiva, per ora irrisoria rispetto all'esercito, si sta comunque rafforzando. Attraverso il confine con il Libano stanno infatti arrivando armi e combattenti stranieri (sembra soprattutto dalla Libia).
Nei giorni scorsi era corsa voce di altre presenze straniere nelle città controllate dai ribelli. Ieri, però, l'agenzia Itar-Tass ha riferito di aver annullato la notizia attribuita al viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov, secondo cui forze speciali del Qatar e della Gran Bretagna (anche Londra ha smentito) agiscono in territorio siriano. Il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov ha comunque precisato ieri che un intervento internazionale «metterebbe a repentaglio la stabilità mondiale e minerebbe le stesse basi dello statuto Onu».
Un intervento militare internazionale è ancora un'ipotesi lontana. Non piace all'Unione europea, che sta comunque lavorando a un nuovo e imminente round di sanzioni. I rappresentanti dei 27 membri avrebbero raggiunto un'intesa di principio sul congelamento dei beni della Banca centrale siriana, sul bando delle esportazioni di fosfato (assorbite al 40% dalla Ue), oro e pietre preziose. Nessun accordo, invece, sulla proposta tedesca di vietare i voli commerciali tra Siria ed Europa. Una misura che rallenterebbe il rimpatrio degli europei rimasti in Siria, se la situazione dovesse peggiorare, ostacolando l'apertura di un corridoio umanitario, ipotesi sul tavolo di alcuni Paesi.
La Siria è sempre più accerchiata. Nessu Paese confinante sostiene il regime. «Avremmo voluto che Assad fosse il Gorbaciov della Siria e, invece, ha scelto di essere il Milosevic siriano», ha detto ieri il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu. Ma la crisi rischia di contagiare tutta la regione. Gli scontri a fuoco avvenuti ieri a Tripoli, nel Nord del Libano, tra fazioni pro e contro Assad non promettono nulla di buono.
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